Il futuro (orribile) che ci aspetta: dal giudice computer al medico elettronico

L'ossessione dell'esistenza sbarrati in casa senza rischi di contagi: ma solo il rapporto umano ci connette alla vita. I rischi dei dati sanitari nelle mani delle big tech

Oggi ci prendiamo una pausa dai problemi romani e – come già abbiamo fatto il primo giorno dell’anno – torniamo sul tema delle distopie, cioè un futuro dalle caratteristiche spaventose. Anche i più convinti sostenitori delle politiche del governo sulla pandemia non possono negare che queste abbiano cambiato il modo di approcciare alle cose. Il lavoro si fa da casa, il cinema si vede sul divano, i ristoranti consegnano il cibo all’interno di contenitori riscaldati, i congressi si fanno on-line.

La mancanza del rapporto umano e l’isolamento stanno diventando la cifra delle nostre giornate e le conseguenze sono per molti un affaticamento psichico, una maggiore fragilità mentale e una regressione su noi stessi.

Il racconto che viene dalla Cina o dagli Usa lascia immaginare un futuro sempre più privo di “umanità”, intesa nel senso di passioni, sentimenti e confronto. Ci si guarderà meno negli occhi perfino durante un processo.

Potrà capitare, infatti, di non essere più giudicati da un magistrato fatto di carne, sangue e cuore ma da un computer. A Shangai hanno già implementato un software che fa le veci del pubblico ministero. In caso di frodi finanziarie, furto, gioco d’azzardo e altri reati, sarà una macchina a valutare le prove e la pericolosità dell’accusato e sarà sempre il computer a decidere se arrestarlo o meno. Il programma è già in uso alla procura di Pudong e – come spiega il  South China Morning Post – è in grado di presentare un’accusa con una precisione del 97%. E’ vero che l’uso dell’intelligenza artificiale è assai diffuso in tutti i sistemi giudiziari del mondo, ma serve più per analizzare le immagini o ricostruire i fatti, mai per giudicare. Il passaggio che sostituisce l’uomo, col suo carico di errori ma anche con la sua dote di umanità, inquieta non poco.

Per non parlare del rapporto medico-paziente diventato merce rara a seguito del Covid e già non particolarmente stretto prima del virus. Le big tech si sono introdotte sempre più nella nostra salute e raccolgono dati sensibili con il pretesto di monitorare le condizioni dei malati in tempo reale e intervenire tempestivamente. L’episodio capitato al cantante Eugenio Finardi, alcune settimane fa, ne è la prova. Si trovava in aeroporto e il braccialetto collegato col suo smartphone ha improvvisamente segnalato una fibrillazione atriale. Finardi si è recato nel pronto soccorso dell’aeroporto ed è stato subito curato. Fin qui il lato bello della storia ma c’è sempre un risvolto cui fare attenzione, dato che manca una vera regolamentazione e nessuno sa dove finiscano i dati del battito cardiaco di Finardi, in quale archivio e a quali scopi.
Amazon ha creato un un progetto chiamato “Comprehend medical” col quale raccoglie i dati medici di milioni di persone e, grazie a questi, il software è in grado di fare la diagnosi e perfino di prescrivere i farmaci!?!

Anche Apple si è gettata nel mercato e, con il suo “Health kit“, si è offerta di condividere con gli ospedali i dati dei pazienti in modo da ricostruire le loro condizioni di salute. Immaginiamo un paziente che arriva al Gemelli di Roma e tramite un codice o un chip, all’accettazione già sapranno che soffre di diabete, è cardiopatico e così via.

Di fronte a tanta “bontà” delle multinazionali si nasconde il più importante profitto dei prossimi anni. La profilazione sanitaria delle persone è quanto di più preoccupante possiamo immaginare. Se queste informazioni fossero vendute alle compagnie assicurative, per alcuni le polizze costerebbero molto di più. Oppure i datori di lavoro si guarderebbero bene dall’assumere un soggetto che ha determinate patologie perché più a rischio di assentarsi ed essere meno produttivo. Insomma la selezione avverrebbe a monte, senza guardarsi negli occhi, senza valutare le reali capacità del singolo, i suoi sogni, la sua forza.

 

Anche lo svago sarà sempre meno condiviso con i propri amici ma ripiegato dentro di noi. L’emozione di partecipare ad un concerto musicale, di ballare sugli spalti, di applaudire e intonare il coro con altre centinaia di persone sarà sostituita da una visione dal salotto di casa. In Italia già si fa grazie ad una piattaforma, chiamata A – Live, che permette di assistere al concerto dal computer o dal telefono oppure  attraverso un visore. L’esibizione dei cantanti Coma Cose, ad esempio, è già disponibile sulla piattaforma dallo scorso 22 dicembre e costa non poco: 49,99 euro che daranno diritto non ad un vero biglietto ma ad un codice di accesso al software. Gli ideatori del programma assicurano che così si supera il concetto di spettacolo live che “non si è mai evoluto dal 1960 ad oggi”. 

Queste ed altre novità che i media ci stanno raccontando come una grande e positiva rivoluzione del futuro (ma perché i grandi giornali hanno smesso di farsi domande?) sono porzioni di un mondo davvero poco umanizzante. Le neuroscienze spiegano che l’essere umano è caratterizzato da sentimenti e ha necessità di stare con gli altri perché solo così il suo cervello sviluppa ossitocina, l’ormone dell’amore. Senza stringere e intrattenere rapporti, affidandoci solo ad un software che ci prescrive i farmaci e controlla il nostro battito cardiaco, potremo forse avere un cuore efficiente dal punto di vista elettrico, ma sarà del tutto scarico di emozioni e sentimenti.

 

 

 

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