“Meraviglie” di ieri, miserie dell’oggi: soffrire ricordando quanto di buono abbiamo creato

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alberto angela

 

C’eravamo anche noi davanti alla tv, a guardare la prima puntata di “Meraviglie – La penisola dei tesori” il nuovo programma di Alberto Angela dedicato alle bellezze dell’Italia. Un piccolo capolavoro televisivo nello stile di Angela padre e figlio, che ha tenuto incollati agli schermi 5 milioni 662 mila spettatori e scatenato l’entusiasmo nel web: successo meritato per un viaggio emozionante alla scoperta dei siti Unesco italiani, patrimonio dell’umanità, e celebrazione della ricchezza storica, culturale e creativa del nostro Paese.

Spiega Angela: “questo programma è anche un omaggio a noi italiani, a quanto abbiamo saputo fare nei secoli e a quanto, tra mille difficoltà, continuiamo a fare. […]

Il merito di tanta bellezza è tutto nostro, dei nostri padri”.

Dobbiamo purtroppo dissentire da quest’ultima considerazione: il merito è dei nostri nonni e bisnonni. Guardandoci attorno, ci sembra di aver perso il talento e la passione per il bello e il ben fatto. L’arte del saper fare e mantenere, la cura dei luoghi della vita collettiva.

Ogni scena, ogni immagine dello struggente racconto di “Meraviglie” rievoca in noi l’impietoso confronto con la realtà quotidiana della nostra città. Ripercorrendo i luoghi e gli scorci della prima puntata, indugiando sulle riflessioni di Alberto Angela, ci sembra che essi contengano spunti per dire che siamo indegni dei nostri illustri predecessori.

Se è vero, come dice lo storico della letteratura Stefano Jossa, che la capacità di costruire bellezza è la parte fondante del mito italiano, non ce n’è neppure la minima parvenza fuori dal centro di Roma. Sfidiamo chiunque a trovare tracce di gusto, eleganza, civil conversazione e buone maniere – altre caratteristiche indicate da Jossa come sinonimo d’italianità – passeggiando nei quartieri popolari, dall’Appio al Tuscolano, da Marconi a Monteverde, dall’Ostiense a San Paolo, da Montesacro a San Lorenzo.

Vivere nello spazio della penisola italiana, secondo lo studioso Claudio Ruggiero, ha abituato i suoi abitanti alla bellezza favorendo una sensibilità al gusto, al buon vivere, al senso estetico e alla creatività che non ha confronti al mondo.

Sarà anche vero, ma ci si dimentica di dire che nel frattempo gli italiani, anzi i romani, hanno subito un’opera di diseducazione al bello e al rispetto delle regole. Oggi i romani si muovono spinti soltanto dalla comodità e dal tornaconto, mostrando disinteresse per i beni comuni, indifferenza per l’estetica della città ed una profonda insofferenza per le regole. Queste le carattersitiche salienti del romano medio. Come spiegare altrimenti il fatto che ogni casa e ogni edificio è ricoperto di graffiti (caso unico in Europa), le sommità invase da centinaia di antenne con i fili che penzolano dai cornicioni sulle facciate dei palazzi (deturpando lo skyline della città), le strade invase da auto e motorini in sosta selvaggia (il parcheggio senza regole è considerato un diritto inalienabile dai romani) e i marciapiedi resi impercorribili dall’invasione delle bancarelle e dei cartelloni?

C’è stata un’involuzione senza precedenti. Lo scadimento di una classe politica ignorante e senza visione, è andato di pari passo con l’imbarbarimento dei cittadini. Difficile invertire la tendenza, barcamenandosi tra le retoriche contrapposte del volontarismo impolitico e del degrado “voce del popolo” manifestazione del dissenso e di ribellione contro l’ordine repressivo (a Roma?!?). Il bellissimo documentario di Alberto Angela sui tesori dell’Italia, va letto in modo antiretorico, rifuggendo dalle interpretazioni “istituzionali” o peggio dalle strumentalizzazioni politiche. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi e dire in modo chiaro e netto, senza infingimenti e ambiguità, che i romani sono il popolo più maleducato d’Europa, e che fino a quando non verrà fatta un’operazione verità, rimarrà incivile e arretrato. E quest’operazione consiste nel rompere il patto sociale del “degrado porta soldi e voti”, cambiare la mentalità del quieto vivere nella bruttezza e nel disordine.

La fiction storica di Angela è piena di interessanti spunti di riflessione. Eccone alcuni passaggi fondamentali:

– “Il patrimonio dell’Italia ci rende molto orgogliosi, ma ci obbliga a tutelare, proteggere, valorizzare questo patrimonio, e soprattutto, regalarlo intatto alle generazioni successive di tutto il pianeta.”

– (Riguardo alle vedute scenografiche) “sorprese che nascono dalla voglia di creare di bellezza, rendere luogo fantastico, a prova dell’ingegno e della fantastica intraprendenza italiana (pensate a questa frase guardando fuori dal finestrino del treno, osservando muri deturpati, cartelloni e bancarelle, ndr)

La cosa più scioccante è l’allegoria del buon governo, il ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti contenuto nel Palazzo Pubblico di Siena risalente al 1338-1339.

Parafrasando Alberto Angela, “rappresenta ideale manifesto politico del ‘300 cioé come governare bene città e i disastri prodotti del cattivo governo: campagne devastate, rovine, campi incolti, terrore e paura ogni volta che uscite dalle porte  dovete uscire armati non saprete neanche se sopravviverete” (sembra la descrizione di alcune periferie, ndr), il risultato del cattivo governo: macerie da tutte le parti, non si costruisce più anzi le case sono abbandonate (una parabola degli opposti estremismi, speculazione edilizia e declinismo antisviluppo, ndr), ci sono pochi abitanti che si nascondono, si affacciano timorosi… tutto questo è il risultato del cattivo governo, praticamente un tiranno cioè chi non è intelligente nel governare una città, ha gli occhi storti perché vuol dire che pensa solo a sé stesso, in pratica concentra lo sguardo sui propri interessi e sopra infatti ha le guide sbagliate: avarizia, superbia vanagloria e questo provoca la fine della giustizia incatenata”

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Allegoria del cattivo governo

 

 

– “Completamente diverso invece è il buon governo: si parte da un’ispirazione divina, la giustizia è una donna seduta su trono e ha due piatti della bilancia: da una parte amministra sentenze capitali a chi non ha rispettato legge, ma dall’altra parte invece premia chi l’ha rispettata. Quindi si punisce da una parte e si premia dall’altra, sotto i piatti della bilancia ci sono delle corde che scendono e arrivano a un’altra figura, è la concordia, questo vuol dire che se c’è giustizia c’è concordia, c’è pace tra le persone, tutto è appianato non ci sono differenze…è un chiaro segnale, quali sono i risultati: la città, la società che funziona se la legge viene applicata e rispettata. Un paesaggio di pace e prosperità”

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Allegoria del buon governo in città

 

 

Quest’ultimo passo ci ha letteralmente steso. La modernità del Costituto Senese, che introduce il nostro documento antidegrado: Chi governa deve avere a cuore massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”.

Ma per fare questo, lo ribadiremo all’infinito, è necessario  spezzare il patto consociativo-clientelare-corporativo che lega cittadini incivili e amministratori compiacenti.

 

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