Ci risiamo: anche le bici Jump lasciano Roma. Al loro posto arriva Lime

E' l'ennesimo operatore che esce dal mercato. Il servizio venduto alla californiana Lime. Oggi in strada meno di 600 mezzi sui 2.800 di febbraio

Qualcuno la chiama la “maledizione” del bike sharing romano. Tutti gli operatori sbarcati nella capitale alla fine se ne sono andati, portando via la speranza di un servizio efficiente di due ruote condivise. E Uber Jump non fa eccezione.

Il primo esperimento risale all’epoca del sindaco Veltroni che si affidò alla spagnola Cemusa per un vagito di bike sharing comunale. Alemanno, pochi mesi dopo il suo insediamento, decise che Atac avrebbe gestito meglio le biciclette (!) e infatti l’azienda pubblica di trasporto uccise ogni aspettativa in sole 10 settimane.

Poi  – e siamo già in epoca Raggi – fu la volta di Gobee.bike. Lanciato con tanto di giretto inaugurale dall’assessore Meleo in persona nel dicembre 2017, si ritirò dal mercato nell’estate di quello stesso anno, lasciando dietro si sé il nulla.

 

Fine ancora più ingloriosa hanno fatto le famigerate Obike, le bici gialle che in un primo tempo invasero la città anche in maniera disordinata e poi finirono nel Tevere o nelle fontane, vandalizzate e rubate senza controllo.

 

Diarioromano, per primo, diede la notizia della fuga di Obike dalla capitale. La multinazionale di Singapore già versava in cattive acque e lo “stile” tutto romano di distruzione li convinse alla ritirata. La Sindaca Raggi, di tutta risposta, ricevette in Campidoglio due vandali colti a gettare le bici nel fiume con tutti gli onori. Secondo lei quella sarebbe valsa come una tirata di orecchie ai ragazzi discoli (!).

Una meteora fu anche la presenza sul territorio di Ofo, durata forse 4 mesi.

Infine, a ottobre del 2019 ecco sbarcare le rosso fuoco Uber Jump. Di nuovo una multinazionale, quella che i 5stelle hanno contrastato a livello parlamentare per i taxi, è stata invece accolta a braccia aperte da tutta la giunta. Basta guardare le foto per capire l’imbarazzante spot pubblicitario che l’amministrazione ha fatto gratis a un operatore privato che era venuto a fare i propri interessi economici. E che interessi!

Anche in questo caso, diarioromano fuori dal coro, notò tra i primi che i costi per il noleggio erano così alti che non si sarebbe potuto parlare di un vero bike sharing ma solo di un servizio da diporto, più per i turisti che per i romani.

Fatto sta che anche Jump se ne va da Roma. Questa volta il vandalismo non c’entra nulla, né il Covid come qualcuno aveva accennato. Semplicemente la multinazionale ha compreso che il business non era sufficientemente redditizio e ha preferito vendere il ramo d’azienda alla californiana Lime che – come primo atto – ha fatto ritirare dalle strade capitoline ben 2.200 biciclette. Nelle prossime settimane anche le 600 che ancora circolano sul territorio spariranno e saranno – forse – sostituite (non si sa come e non si sa quando) da quelle di Lime.

Non ci sarebbe da stupirsi se anche per Lime la Raggi e tutta la giunta si presteranno a uno spot pubblicitario in piena regola, con sorrisi a favore dei fotografi e cavalcate di bici che potrebbero durare il tempo di una stagione.

Quello che nessuno vi spiega (non siamo noi ad essere pedanti e presuntuosi, sono gli altri che non studiano e non ragionano) è che questi  NON SONO VERI BIKE SHARING come esistono in altre città. NON LO SONO!

A Parigi, Londra, Milano, Torino, Madrid, Barcellona e così via, esistono servizi di bike sharing garantiti dal Comune. Società private che hanno sottoscritto un contratto col comune e che devono garantire la loro presenza sul territorio per almeno 10 o 15 anni e non possono andarsene ogni volta che cambia il vento. Perché quello delle biciclette condivise è un vero e proprio servizio pubblico di trasporto, utilizzato ogni giorno da centinaia di migliaia di pendolari che percorrono il tragitto casa-lavoro, metropolitana-negozio, casa-scuola e così via. E questi cittadini devono avere la certezza di trovare il servizio attivo e non possono veder scappare gli operatori con la stessa frequenza con la quale ci si cambia la camicia.

Ma c’è di più: il servizio garantito dal Comune offre tariffe calmierate, per lo più gratuite per i primi 30 minuti quasi in tutto il mondo, mentre gli operatori privati puri devono imporre dei costi elevati. E i soldi delle tariffe calmierate – udite udite – non ce li mettono le casse comunali. I soldi derivano dalla gestione di un numero definito di cartelloni pubblicitari.

In pratica, la ditta vincitrice del bando offrirà ai cittadini migliaia di biciclette a costo bassissimo, pagherà una tassa al comune e in cambio vorrà solo l’esclusiva di alcuni spazi pubblicitari. Questo meccanismo, funzionante in tutto il mondo, non è stato implementato a Roma solo perché la giunta Raggi ha bloccato l’applicazione del Prip, il Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari, approvato ormai nel lontano 2014.

Il prezzo di questo immobilismo lo stiamo pagando tutti i giorni, con una città ancora infestata da cartelloni brutti e scassati e con una cittadinanza priva di un VERO servizio di bike sharing.

Oggi qualcuno piange perché Jump se ne va da Roma. Domani forse piangeremo di nuovo per la fuga di Lime e si andrà avanti così all’infinito. Ma la vera responsabilità è solo della giunta Raggi che ha fermato quello che di buono aveva trovato nei cassetti. Un danno del quale dovrà rispondere politicamente ai romani.

 

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22 risposte

  1. Questo articolo mi sembra un pò traballante tra indicazione dei colpelvoli e motivi di insuccesso. Reindirizzare tutto al blocco del prip come unica grande causa del fallimento del bike sharing a Roma mi sembra poco serio giornalisticamente parlando

    1. Se a suo avviso, Fulvio, vi sono altre cause, saremo ben lieti di sentirle. Le assicuro però che il tema del Prip è centrale. Finora non sono state trovate nel resto del mondo altre forme efficienti di bike sharing se non quelle collegate direttamente alla pubblicità outdoor. Abbiamo seguito per anni la vicenda e giornalisticamente parlando siamo piuttosto sicuri di quello scriviamo. Però, ripeto, siamo disposti all’ascolto e accettiamo le critiche. Ma vorremmo sapere quali sono le cause che hanno impedito a Roma di aver un vero bike sharing

      1. La Lobby dei Tassisti vandalizza ogni forma di Sharing, prima si liberalizzato quel mercato, prima si risolveranno i problemi dei veicoli di ogni tipo in sharing.

      2. Io mi chiedo se in tutti questi anni passati, vi siete veramente resi conto dello scandalo reale che si è protratto di gestione in gestione, riguardo questo tema. È mancato solo di trovare una bicicletta infilata dentro la bocca della verità, perchè Per il resto, se ne sono viste di tutti i generi e colori. Senza un minimo rispetto, senza una regola mai. Addirittura all’epoca di Alemanno, si è dovuto assistere a un degrado durato anni. Parking delle bike, abbandonati, arrugginiti, nel bel mezzo di piccole piazze (veri gioielli della città eterna), senza che nessuno veramente s’incazzasse sul serio. Mi domando perchè non si riescono mai a fare i nomi dei responsabili di queste situazioni. Basterebbe informarsi sui contratti, risalire agli accordi scritti e verificare chi ha mancato e punirlo. Semplicemente.
        Ho avuto occasione di vedere come funziona il bike-sharing a Londra, dove, per cominciare il colore della bicicletta non “cozza”, (non è un pugno in un occhio per intenderci) e, mai e dico MAI ho trovato una bike parcheggiata in disordine. Evidentemente (mi viene da pensare), la municipalità londinese punisce in maniera esemplare la società che gestisce il progetto, se chi ne fa uso non rispetta le minime regole “del buon senso”. (È noto a tutti che, i paesi del nord non vanno mai per il sottile quando si tratta di sanzionare singoli o aziende che non rispettano le regole). Lo stesso ho potuto constatare a Barcellona, dove lo sharing è un servizio che funziona perfettamente in maniera ordinata.
        Da quando girano le bike a Roma è stata una “vera tragedia” sotto gli occhi di tutti (turisti compresi).
        Il problema è sempre lo stesso… chi prende le decisioni in Italia non è all’altezza. Non pensa, non fa tesoro dell’esperienza precedente.
        Chi si occupa di giornalismo, lo fa così, per chiacchiera. Non pubblica i nomi di chi sigla gli accordi, di chi non è in grado di mettere dei paletti seri nei contratti tra le società e il Comune.
        La sindaca, si è capito, poverella non ci arriva (nonostante le sue capacità, che indubbiamente deve avere, non so, nascoste da qualche parte !). Probabilmente nessuno, io temo di capire, nella giunta, è in grado di visionare seriamente un accordo contrattuale.

    2. Io non so se come tu dici non tutto si può far risalire al mancato lancio del prip sono però sicuro che senza un adeguato finanziamento il privato le bici gratis (nel senso dei primi minuti e poi con un costo “politico”) per i romani (e sottolineo romani non turisti) non le metterà mai.
      Se poi il comune lo vuole incentivare con un certo numero di cartelloni pubblicitari da gestire (piano prip appunto) o inventandosi qualche altro bonus non cambia molto ma certo qualche cosa per rientrare dell’investimento e poi guadagnare bisognerà che ci sia.
      Altrimenti quello che rimane è un servizio sul modello delle vespe che un privato affitta ai turisti a prezzi consoni al suo guadagno e non certo a quello dei pendolari a stipendio fisso.
      In fondo l’atac (e qualsiasi minicipalizzata) campa perché il comune gli da i soldi (attraverso il contratto di servizio) non certamente attraverso biglietti ed abbonamenti, se così non fosse una corsa bus a Roma costerebbe 5 euro !!! (e forse non basterebbero)

      1. Infatti anche il car sharing comunale è finanziato in parte dal Comune perché visto come parte di un servizio di trasporto pubblico.

    1. Volevo chiedere all’autore dell’articolo quali elementi hanno contribuito al convincimento che l’emergenza COVID-19 non ha relazione con il ritiro delle biciclette?

  2. Non entro nel merito dei contenuti dell’articolo ma puntualizzo che Mobike non ha mai operato il servizio a Roma e suggerisco alla redazione di verificare le fonti prima di pubblicare notizie tese a screditare aziende serie e competenti. Operiamo in tutte le altre città menzionate nel vostro articolo con contratti firmati con i Comuni e il nostro servizio apprezzato dal 96% degli utilizzatori senza percepire alcun contributo pubblico diretto o indiretto. La pubblicità non rende il bike sharing economicamente sostenibile. La civiltà delle persone e la frequenza di utilizzo del servizio sono alla base del modello di business.

    1. La civiltà delle persone è fondamentale (e fino a che c’era CEMUSA, che faceva manutenzione il servizio ha funzionato perfettamente) Capisco la logica di chi fa del bike sharing un business, ma da pendolare pretendo che l’amministrazione capitolina, coma fanno tante altre città europee, dia un servizio di Bike sharing gratuito o quasi, per esempio, per i possessori degli abbonamenti intera rete. Sono stato a Valencia pochi mesi fa: l’utente spende circa 35 euro all’anno per una forma di assicurazione e può prendere la bici per massimo mezz’ora di seguito, e se ne lascia una ne può prendere un’altra per un’altra mezz’ora, e via di seguito. Non so se questo servizio si sostiene con la pubblicità, so solo che funziona molto bene.

  3. Da fruitore di quel poco che c’è stato di bike sharing, posso dire che questo è il migliore articolo sul tema letto negli ultimi 15 anni. E’ la fredda cronaca di quello che è successo. Complimenti.

    1. Ringrazio molto Franco Pirone per questo commento. Per quanto riguarda la sua domanda sul bike sharing di Valencia possiamo confermare che anche in quella città il servizio è offerto dalla pubblicità sui cartelloni. In particolare la società di pubblicità outdoor JCDecaux (che in Italia opera col marchio IgpDecaux) ha implementato il ValenbiSi oltre 13 anni fa. L’utente con un abbonamento annuo di 35 euro, può godere dei primi 30 minuti gratis per sempre. Lo stesso meccanismo funziona in tutta la Spagna, per esempio a Barcellona o Madrid, dove operano altre società di pubblicità outdoor con lo stesso meccanismo.
      Chi scrive ha condotto una lunga battaglia a favore della riforma della cartellonistica pubblicitaria a Roma. Come portavoce dell’associazione bastacartelloni, tra il 2013 e il 2014 ho collaborato con la giunta Marino e l’assessore dell’epoca, Marta Leonori, per far inserire nel nuovo piano regolatore della pubblicità di Roma, le stesse disposizioni normative che hanno fatto nascere il bike sharing finanziato dalla pubblicità in tutto il mondo. Quelle norme – questo è il paradosso – furono caldeggiate dai quattro consiglieri di opposizione del M5S, tra i quali Virginia Raggi. Ecco perché oggi stupisce che Virginia Raggi non abbia voluto dare seguito a quel piano regolatore che lei stessa votò.
      Sul sito bastacartelloni.it che ho diretto fino al 2015, pubblicai nel luglio 2013, un reportage da Valencia in cui raccontavo tra l’altro dell’efficienza di quel sistema di bike sharing.
      Il link a quell’articolo: http://www.bastacartelloni.it/search?q=valencia

    1. Grazie Stefano. Lavoro fin troppo. Se vuoi argomentare con qualche idea (ammesso che tu ne abbia)…………..

  4. Riguardo al vandalismo romano vi invito a breve ricerca su google e vedere che anche la Senna è piena di bike sharing annegate, e bike vandalizzate sia a Berlino che Parigi, Madrid etc…tanto per sedare la solita italiano/Romanofobia.
    Tutti questi mezzi dismessi perchè non li mettono in vendita sul mercato usato? A Roma hanno ritirato circa 2000 bike jump, che finiranno in qualche magazzino per sempre, visto che siamo sensibilissimissimi a sostenibilità ambiente etc….è uno spreco energetico abbandonare quei mezzi…magari il Comune stesso potrebbe acquisire quei mezzi e renderli disponibili ai cittadini, studenti in base al reddito etc….

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