La brava Ginevra Nozzoli ha scritto un articolo per Roma Today che descrive in modo puntuale la situazione della riforma dei cartelloni pubblicitari. E le conclusioni non sono buone. Dal giugno 2016, data di insediamento della giunta Raggi, i passi avanti compiuti sono stati pochissimi. Eppure era tutto pronto e sarebbe bastato passare alle gare per mettere in pratica quello che fu un passaggio storico, approvato nel 2014 dall’amministrazione Marino.

Il lassismo della maggioranza 5Stelle sta, in qualche modo, giustificando gli abusivi che hanno ripreso a piantare cartelloni laddove è vietato. E Roma sta perdendo una grande occasione: ottenere servizi importanti quali il bike sharing o le toilette pubbliche e raddoppiare gli incassi per le disastrate casse del Campidoglio.

Per fare il punto affidiamoci all’articolo di Roma Today del quale riportiamo alcuni passaggi:


Ridurre drasticamente il numero di cartelloni (da 130mila a 62mila metri quadrati), impattanti sul piano urbano e del codice della strada, assegnarne gli spazi tramite regolari bandi suddivisi in 10 lotti dopo aver mappato il territorio e stabilito i luoghi consentiti per l’installazione, farli fruttare di più sia in termini di incassi per il Comune che di servizi al cittadino.
Erano questi gli obiettivi del Prip (il Piano regolatore degli impianti pubblicitari) votato nel 2014 con il preciso intento di normare quel mare magnum di strutture, molte abusive, affidate alle stesse ditte da decenni. Il piano sembrava piacere alla stessa giunta Raggi, che lo ha ratificato con una delibera di giunta di novembre 2017, approvando i cosiddetti piani di localizzazione già passati per i municipi. Con la promessa, per il momento congelata, di portare a dama il nuovo assetto predisponendo le gare pubbliche con apposite linee guida.

E’ proprio così: la promessa di portare a dama il nuovo assetto non è stata mantenuta. Sebbene l’assessore Cafarotti assicuri che i suoi uffici ci stanno lavorando, la realtà appare del tutto diversa. Non solo l’assessorato vuole rimettere mano al piano riaprendo di fatto i giochi e rinviando tutto alle calende greche ma vuole anche eliminare il bike sharing dalla riforma. In sostanza le biciclette che in tutto il mondo sono pagate dai cartelloni pubblicitari, a Roma non ci saranno. Il motivo non è chiaro a nessuno e Roma Today prova a spiegarlo così.


si sta procedendo a una revisione dei lotti. Quello prevalente, esteso in buona parte nel Centro storico, “fondato sulla fornitura del bike sharing a postazione fissa – ha spiegato l’assessore – è ormai non più attuale dopo le fallite sperimentazioni in questi anni e l’evolversi del servizio medesimo nella forma del flusso libero”. Un passo indietro, per chi non lo ricorda: nel Prip per 8mila metri quadrati su 62mila il Comune chiede alle ditte di pagare, al posto del canone d’affitto, il servizio di bike sharing alla città. Quello che la Capitale, fanalino di coda con all’attivo una serie di esperimenti naufragati, non ha mai avuto.
A Cafarotti però questo modello (utilizzato da anni, con successo, in diverse metropoli d’Europa) non piace: sostituire un’entrata diretta per le casse capitoline con un servizio non sarebbe conveniente, e “minerebbe la massimizzazione delle entrate stesse”.

Insomma Cafarotti preferisce soldi contanti rispetto ad un servizio. Ma questo non equivale a dire che quel servizio non si farà più? Non c’è il rischio che i soldi vengano gettati nella voragine debitoria del Comune di Roma e la città resti per sempre senza le biciclette condivise?  A nostro avviso il rischio è talmente evidente da essere una certezza.

Inoltre c’è il tema dei ricorsi. Rimettere mano alla riforma significa farle ripercorrere una buona parte del suo iter. E questo riapre la possibilità alle ditte pubblicitarie di rivolgersi alla giustizia amministrativa per bloccare tutto l’iter. Di ricorsi ne sono già stati presentati tanti e tutti sono stati respinti. Perché riaprire il contenzioso? Qualcuno malizioso potrebbe pensare che così facendo il Campidoglio si assicura il rinvio a fine legislatura di tutta la riforma. Non sarebbe responsabilità della Sindaca o dell’assessore ma dei giudici che devono esaminare il nuovo testo. Speriamo di sbagliarci, ma – come ripeteva Andreotti che di politica ne capiva – a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina!

 

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