Scuole e marciapiedi: le grandi vittime delle continue elezioni a Roma

In vista delle politiche del 25 settembre gli istituti verranno chiusi per giorni. Lo scorso anno 8 giornate di lezioni perse. E le inutili plance costano 650 mila euro

A Roma si vota molto spesso, più spesso che in altre città. In particolare il collegio elettorale del centro storico è ritenuto un feudo sicuro per la sinistra che qui piazza tutti i suoi personaggi più in vista che hanno bisogno di un posto in parlamento.  Così nel giro di pochissimi anni, il I Municipio ha eletto Gentiloni, poi Gualtieri e poi Cecilia D’Elia.

Ma la capitale è coinvolta nella sua totalità in frequenti tornate elettorali che riguardano il Campidoglio, la Regione, i referendum e così via. Se ne accorge in particolar modo chi ha figli in età scolare: più volte l’anno i bambini restano a casa perché le scuole diventano seggio elettorale. Gli istituti che già hanno sofferto le chiusure dovute al Covid e le insensate quarantene imposte da un singolo positivo, devono anche subire la loro funzione di seggio. Quando si vota per il Campidoglio le chiusure raddoppiano perché il sistema prevede il doppio turno.

 

Solo nel corso dell’anno scolastico 2021/2022 i ragazzi hanno perso otto giorni di lezione per motivi elettorali. In molti altri paesi europei si vota in strutture differenti: nei Municipi, nelle sedi delle aziende sanitarie, nelle stazioni ferroviarie. Le scuole sono tenute in conto il meno possibile proprio per non interrompere un servizio essenziale quale l’insegnamento.

La responsabile dell’Associazione Nazionale presidi del Lazio, Cristina Cottarelli ha recentemente spiegato a Romatoday che viene sottolineata da decenni l’inopportunità di utilizzare gli istituti come seggi, ma pare non interessi a nessuno. L’ex garante regionale dei minori, l’avvocato Jacopo Marzetti suggerisce di utilizzare gli hub vaccinali che sono diffusi in molti quartieri. Ma nulla, anche il prossimo 25 settembre le elementari, le medie e le superiori si fermeranno per le politiche nazionali.

 

Altro anacronistico simbolo del voto per le strade di Roma sono le oscene plance elettorali che vengono piazzate sui marciapiedi, bucandoli senza ritegno. Si tratta di ferrivecchi arrugginiti che restano per lo più inutilizzati. Fortunatamente la politica usa molto meno i manifesti rispetto ad un tempo e predilige i social, internet, la radio e la tv. Ma una vecchia legge del 1956 impone di tirare fuori dai depositi questi bandoni ad ogni tornata di voto.

Solo per le elezioni del 25 settembre, il Campidoglio spenderà 650 mila euro e pochi mesi dopo, presumibilmente a febbraio, toccherà gettare altri 650 mila euro per le elezioni regionali che si terranno in anticipo date le dimissioni di Zingaretti (che si candida in parlamento). Roma Capitale ha stipulato un contratto con un’impresa privata che si occupa di montare e smontare questa ferraglia e nessuno fino ad ora ha pensato di interrompere l’arcaica abitudine.

 

Per la verità il consigliere della Lista Calenda, Dario Nanni, vorrebbe portare in aula una delibera che riveda la procedura relativa alle plance ma non è detto che trovi una maggioranza disponibile.

C’è da dire che non solo sono inutili, ma le plance sono davvero brutte e sarebbe ora di voltare pagina anche su questo.

 

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