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Venerdì 13 novembre, ore 22.00. Sono nella metropolitana di Parigi e inconsapevole mi sto dirigendo nel cuore di uno dei più gravi attentati della storia moderna. La mia deformazione di blogger romano mi fa concentrare sulla inusuale lentezza con la quale quel treno sta procedendo. “Allora anche qui capita qualche problema”, penso guardandomi intorno e osservando i volti seccati degli altri passeggeri che stanno arrivando in ritardo a qualche appuntamento evidentemente abituati a ben altra efficienza. Dall’altoparlante avvisano che il treno non fermerà alla stazione République. Ma dopo poco il treno si ferma e apre le porte. “Davvero strano” faccio rivolgendomi a chi era con me. “Ci deve essere qualcosa che non va”. Scendo alla fermata successiva, Oberkampf, e in quel momento la voce dell’altoparlante si fa più concitata. “Sgomberare di corsa la stazione – ripete – tutti i passeggeri escano immediatamente”. I primi attentati, quelli nei ristoranti, erano accaduti da pochi minuti. Proprio di fronte l’uscita della metro vedo una donna in terra, in un lago di sangue. L’infermiere di un’ambulanza le sta praticando i primi soccorsi. Arrivano diverse auto della polizia. Non c’è tempo per capire cosa stia accadendo. I poliziotti ci fanno rifugiare in un ristorante. Il proprietario è un giovane di origine araba. Resteremo lì dentro per più di un’ora. Fuori qualche persona impaurita e il proprietario non esita ad aprire la porta e farla entrare. Offre a tutti il suo cous cous al pollo, ma nessuno si sente di mangiare. Dalla TV arrivano le prime informazioni, si parla di una sparatoria in un caffè  a neanche 100 metri dal nostro rifugio. Un anziano cameriere, anche lui arabo, ripete sconsolato: sono dei pazzi, nient’altro che pazzi. Anche il Bataclan si trova a pochi passi, si sentono gli spari poi ancora sirene di ambulanze, nessuno parla più. Il boulevard Voltaire, animato di caffè, bar, locali notturni, è spettrale. Passano solo lettighe con feriti e auto della polizia, mezzi sempre più grandi, perfino blindati. Quando finalmente gli agenti ci permettono di uscire sembra di essere in un’altro luogo. Tutti si preoccupano per gli altri, chiedono come va, qualcuno suona ai vicini di casa. C’è un senso di solidarietà e vicinanza che solo tragedie come queste possono far scattare. Parigi stava reagendo, stava tirando fuori il meglio di sé.

Non possiamo non domandarci quali sarebbero state le conseguenze se qualcosa di simile fosse accaduto a Roma. Certamente i negozianti si sarebbero fatti in quattro per aiutare ma le strade sarebbero state pronte per far transitare tutti quei mezzi di soccorso? Le ambulanze probabilmente sarebbero rimaste incastrate a causa della sosta selvaggia e forse il bilancio delle vittime sarebbe stato ancora peggiore. I blindati della polizia non sarebbero arrivati in fretta sul luogo come è accaduto in un boulevard Voltaire completamente privo di sosta irregolare anche in un venerdì sera di affollata movida notturna. Quelle piccole illegalità che tutti commettiamo a Roma e che sono il segno di quanto la nostra città sia egoista rispetto alle altri grandi capitali.   Così come il menefreghismo delle istituzioni capitoline per quelle norme di sicurezza di base. Basti pensare alle nostre metropolitane dove chiunque ogni notte può infilarsi per scrivere sui vagoni e dove chiunque potrebbe caricarle di esplosivo, o a intere stazioni come Termini in mano a bande di piccoli nomadi. L’obiezione è facile: neppure l’organizzazione parigina è riuscita a impedire una simile tragedia, allora che c’entra la disorganizzazione romana? E invece c’entra perché è proprio nei momenti difficili che le città vengono messe alla prova. Se a Roma non si riesce a garantire la normalità cosa accadrebbe in una serata di panico come il venerdì 13 parigino?

Ci candidiamo ad ospitare le olimpiadi, accoglieremo 20 milioni di pellegrini per il Giubileo ma se non ritroviamo il senso di comunità, di rispetto per gli altri, per le regole e la sicurezza resteremo solo una città egoista capace di piangere per le tragedie altrui ma incapace di guardare alla propria tragedia quotidiana.

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Place de la République

 

Place de la République
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Le TV di tutto il mondo davanti al Bataclan

 

 

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Le TV di tutto il mondo davanti al Bataclan

 

 

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