In giunta servono assessori capaci, a prescindere dal genere o dalle preferenze

Gualtieri ha chiesto ai partiti minori di proporre solo donne. Ma la scelta va fatta per le capacità e non per la categoria cui si appartiene. I rischi degli eccessi nel 'politically correct'

 

Con ogni probabilità tra oggi e domani conosceremo i nomi dei componenti la nuova giunta Gualtieri. Il primo segnale negativo è stata la lunga gestazione (molte altre città hanno già composto la squadra da tempo). Eppure il Sindaco sapeva da ben prima delle elezioni di avere la vittoria in tasca e prepararsi con anticipo sarebbe stato un segno di rispetto nei confronti della città. Si è voluto, invece, attendere l’esito del ballottaggio non tanto per capire chi avrebbe avuto la meglio tra centro-destra e centro-sinistra, ma per soppesare col bilancino il numero di voti ottenuti da tutti i partiti che compongono la coalizione.

In perfetto stile spartitorio si stanno scegliendo assessori e posti di sottogoverno in base ai consensi ottenuti da questa o quella forza politica, piuttosto che secondo criteri di qualità e competenza.

Ma è proprio sulla competenza che dobbiamo soffermarci oggi e lo facciamo prima ancora che i nomi vengano resi noti, in modo da non poter essere tacciati di avercela con alcuni. In questi giorni si sono susseguite indiscrezioni sui candidati ad occupare il posto di assessore ai rifiuti, al commercio o chissà che altro, che non abbiamo riportato ai nostri lettori se non in un’occasione. Quello che colpisce, però, non è tanto l’indicazione di tizia o caio per un determinato ruolo quanto la scelta aprioristica fatta da Gualtieri sul genere degli assessori che dovevano essere indicati dai partiti minori.

Il titolo del Messaggero di domenica

 

Il Sindaco si è rivolto chiaramente a Roma Futura,  Sinistra Ecologista e Demos e ha detto loro che se volevano un posto nella squadra avrebbero dovuto presentare nomi di donne. Stop! Che queste donne debbano essere anche competenti ça va sans dire ma ciò che conta non è proporre persone capaci di far uscire Roma dall’emergenza in cui si trova, ma che siano di genere femminile.

Questo atteggiamento, che può sembrare politicamente corretto e dunque volto a tutelare la donna per consentirle di ottenere il giusto spazio nei ruoli chiave dell’amministrazione, è in realtà una via d’uscita per il Pd che evidentemente non ha un numero sufficiente di donne da proporre e dunque scarica sugli altri partiti l’onere di dover rispettare le quote previste dalla legge.

In questo modo un partito come Roma Futura che avrebbe potuto esprimere la figura autorevole e competente di Giovanni Caudo, dovrà fare un passo indietro e suggerire una donna. Sicuramente quel movimento avrà nelle sua fila donne estremamente capaci, ma il diktat posto in anticipo dal Sindaco appare più come una scappatoia che una vera ricerca di qualità.

A nessuno, tanto meno a chi scrive, viene in mente di voler discriminare una donna o volerle sottrarre il posto che le compete per legge, ma occorre fare attenzione a non ottenere l’effetto contrario rispetto a quello che si voleva con la legge sulla parità di genere. Come spiegava il prof. Luca Ricolfi ieri sulle pagine di Repubblica, alcuni eccessi nel politicamente corretto si possono trasformare in un rischio per la convivenza democratica.

Ricolfi si pone dubbi sull’uso delle parole, bandite in base a sciocche paure di offendere qualcuno: solo per fare qualche esempio non si può più usare “jack maschio” o “jack femmina“, ma solo presa o spina. Così come nell’architettura informatica è stato bandito il concetto di “master e slave” perché richiama il dramma della schiavitù. E poi prosegue illustrando il concetto cosiddetto di identity politics secondo il quale quel che conta non è che persona sei ma a quale minoranza appartieni. Così per tradurre un romanzo scritto da una nera devi essere nera, per parlare di donne devi essere donna; per parlare di islam devi essere islamico.

L’idea sulla quale vogliamo riflettere oggi è proprio questa ed è la diretta conseguenza di questa cultura un po’ prepotente: per accedere a determinate posizioni non conta il talento, la competenza o la preparazione, ma solo il tuo ruolo nella società rispetto all’appartenenza o meno ad una minoranza o ad una categoria meno avvantaggiata. Si finisce – parole di Ricolfi – col ribaltare l’ideale di Martin Luther King il quale pensava che tutte le differenze di razza, genere, religione dovessero diventare irrilevanti perché a contare dovevano essere solo le capacità dei singoli. Il rischio è che proprio quelle differenze oggi  diventino decisive nella scelta di qualcuno sol perché appartiene ad una determinata categoria.

Tornando al nostro nuovo Sindaco, la sua imposizione ai partiti minori di proporre solo donne è un non senso, perché per costruire una vera squadra competente avrebbe dovuto chiedere di esprimere i migliori. E solo dopo, una volta ottenuti i nomi di ciascuno, avrebbe potuto comporre il mosaico sacrificando forse alcuni maschi del Pd o di liste civiche che sembrano essere intoccabili per motivi di voti. A proposito dei voti, non può essere neanche questo il criterio di scelta come invece appare assodato da tutti i giornali. Chi ha ottenuto più preferenze merita un posto a prescindere dalle sue capacità. Come giustamente ha fatto notare Anna Maria Bianchi su Carteinregola non è detto che “chi ha raccolto migliaia di preferenze abbia le caratteristiche, le competenze e le esperienze adatte a ricoprire il ruolo di assessore in qualsiasi assessorato. Anche perché il più alto numero di preferenze raccolte nel campo della coalizione vincente spazia dai 7000 ai 3800 voti su un totale di 1.151.950 votanti“!

Se dunque la giunta verrà formata sulla base di questi due criteri (quello di genere e quello del peso nelle preferenze) non potrà che uscire una squadra poco rispondente alle esigenze della città, soprattutto nel momento in cui Roma si appresta a spendere miliardi di euro in vista del Giubileo, del Pnrr e forse dell’Expo. Che sia una donna o un soggetto molto votato non basta. Serve invece qualcuno/qualcuna di competente e che sappia cosa fare. 

Gli improvvisati li abbiamo visti all’opera fino a poche settimane fa e non ne sentiamo la mancanza.

 

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3 risposte

  1. Ho votato Gualtieri al ballottaggio solo per evitare un male peggiore ma temevo che avremmo assistito a queste dinamiche. Il Pd non cambia mai, soprattutto a Roma.
    Bell’articolo, come sempre

    1. Sono sulla tua stessa linea. Ho votato Gualtieri in modalità “Montanelli” e queste pastette ben primadi iniziare a lavorare mi hanno già stufato.

  2. Io non ho votato, in quanto sono convinto che, con metodi democratici,
    Roma non possa risollevarsi, a prescindere da chi arrivi a ricoprire la carica
    di Sindaco.
    Tempo scaduto; ritengo che analoga stima vada estesa alla nazione intera.

    Lucio Maria Frizzoni

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