Il silenzio intorno ai Referendum del 12 giugno è un vulnus al diritto di informazione

I media non ne parlano per evitare il raggiungimento del quorum. A 34 anni dalla morte di Tortora, il dibattito sulla giustizia è necessario a prescindere da come la si pensi

 

Lunedì prossimo, 23 maggio, al Teatro Golden di via Taranto, andrà in scena una rappresentazione da non perdere. Si intitola “Tortora, la storia della colonna infame” e non è uno spettacolo in senso stretto ma qualcosa di ancor più interessante. Gli stessi autori lo definiscono “un processo simbolico di fatti realmente accaduti“.

Nel 1988 Enzo Tortora moriva dopo aver essere stato vittima di una delle vicende giudiziarie più buie della storia italiana. La vita del “bravo presentatore” è segnata da momenti alti e tragedie incredibili. Esclusioni e ribalte sol perché era un uomo libero, che non piegava la testa ai potenti di turno. Su Tortora si potrebbero scrivere troppe righe per cui  ci fermiamo qui,  vi invitiamo ad andare al Teatro Golden e a leggere un libro che ha ricostruito la sua esistenza in maniera ineccepibile: “Applausi e Sputi”, di Vittorio Pezzuto.

Lo spettacolo ci offre lo spunto per parlare di un argomento che è in apparenza fuori tema per diarioromano ma a ben guardare non lo è poi così tanto: la giustizia e i referendum del prossimo 12 giugno. Dopo l’ondata di infodemia sul Covid, ora è la volta della guerra Ucraina ma sui grandi giornali, in televisione o sui siti web mainstream non troverete una riga sul fatto che gli italiani sono chiamati da votare tra 20 giorni per decidere di questioni rilevantissime.

La massima di Einaudi “conoscere per deliberare”, ripetuta con ossessività dai Radicali, sembra dimenticata da tutti (a volte colpevolmente dagli stessi Radicali di oggi). L’agenda di quello che deve passare sui media viene dettata da un piccolo gruppo di direttori, convinti di detenere le chiavi dell’informazione giusta. Quello che scrivono gli altri, i non eletti, o sono fake news o questioni di scarsa rilevanza. Ma nella realtà le cose stanno diversamente e non è un caso che i grandi gruppi di giornali e tv registrano un calo inesorabile di lettori e ascoltatori.

Oggi la “cupola” dei direttori ha deciso che di referendum non si deve parlare. Che tanto il quorum non verrà raggiunto e ogni riga scritta sul voto del 12 giugno è una riga sprecata. Eppure il diritto/dovere dei cittadini di esprimersi non può essere compresso o peggio accantonato.

In questa sede non entreremo nel merito dei singoli referendum ma riteniamo che il silenzio che li circonda sia alquanto sospetto. Gli indizi sul fatto che le forze di centro-sinistra e il Governo stiano boicottando il voto referendario sono tanti: in primo luogo si voterà solo di domenica e non anche il lunedì mattina, nonostante in epoca Covid si fosse deciso di ampliare al massimo l’apertura dei seggi per evitare gli affollamenti. Il Covid è sparito, non c’è più? Niente affatto, tanto è vero che persistono anacronistici obblighi di indossare la mascherina per i bambini a scuola e per gli spettatori dei cinema, mentre per gli over 50 di sottoporsi a vaccinazione. Allora perché non considerare più l’emergenza sanitaria per un esercizio fondamentale come il diritto di voto?

Portare alle urne solo in una calda domenica di giugno milioni di persone per argomenti di cui non si è mai sentito parlare è praticamente impossibile. E poco può fare l’abbinamento con le elezioni amministrative, limitate a un numero esiguo di grandi comuni, tranne Genova, Palermo e altri 19 capoluoghi di provincia.

In secondo luogo a remare contro il raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto, c’è stata la bocciatura da parte della Corte Costituzionale dei due referendum che avevano maggiore appeal sul grande pubblico e cioè quello sulla cannabis legale e sull’eutanasia. Furono questi due quesiti ad attirare i giovani che firmarono di slancio. La Corte, presieduta da Giuliano Amato, li ha cassati lasciando vivere solo referendum molto tecnici.

Proprio perché sono tecnici vanno spiegati ai cittadini“, sostiene Gaia Tortora, figlia di Enzo e giornalista. Intervistata da il Giornale sul silenzio dei media, Tortora parla di “informazione che non informa“.

In questa fase non si può fare altro che parlarne con parenti e amici, cercare di ricordare agli altri che il referendum è uno strumento di libertà e che viene ucciso dal silenzio. Ogni volta che un referendum non raggiunge il quorum per mancata informazione significa essere meno liberi e di questi tempi i nostri diritti vanno difesi con i denti.

Ecco brevemente, un sunto dei cinque quesiti

  1. Abolizione legge Severino: oggi la legge prevede la decadenza automatica, l’ineleggibilità o l’incandidabilità per tutti coloro che abbiano subito una condanna di primo grado. Troppo spesso si sono verificati casi di assoluzione in secondo grado ma ormai la carriera del politico era stata rovinata.
  2. Riforma del CSM: oggi un magistrato che vuole candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura (organo di autogoverno) deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. Il referendum mira ad abolire le firme in modo da svincolarsi dalle correnti.
  3. Limiti agli abusi della custodia cautelare in carcere: si chiede di limitare la carcerazione preventiva solo ai reati più gravi e solo per il pericolo di recidiva.
  4. Separazione delle carriere dei magistrati: è una delle più antiche battaglie di riforma della giustizia e impedisce ai pubblici ministeri di diventare giudici e viceversa.
  5. Voto anche degli avvocati nei consigli giudiziari sulle valutazioni dei magistrati

 


 

Si vota domenica 12 giugno, dalle ore 7.00 alle 23.00. Per votare è necessario disporre del certificato elettorale e di un documento di identità in corso di validità

 

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