Expo 2030. Le ragioni di una sconfitta annunciata

Il pessimo esempio del Giubileo, la situazione dei trasporti che non sarebbe migliorata, la mancanza di un progetto per il futuro. Solo città già efficienti possono competere per i grandi eventi

E’ stato il petroldollaro. Anzi la colpa è degli alleati che ci hanno voltato la faccia. O ancora è a causa di una logica mercantile e affaristica.

Sono queste le principali ragioni – secondo i media e la politica – della pesante sconfitta subita ieri da Roma nella candidatura per l’Expo 2030. In pochi si domandano se davvero è stato fatto un buon lavoro dal comitato organizzatore o se la capitale avesse i numeri per ospitare un evento di tale portata. Si dà per scontato che Roma abbia fatto il meglio possibile e che è solo a causa del potere del denaro saudita che l’Expo è stato assegnato a Ryad. Ma come sempre le spiegazioni troppo semplici a problemi complessi non sono soddisfacenti e adesso è il momento di un’analisi più approfondita di questo risultato.

Che sarebbe finita male si era capito già da alcune settimane e la conferma è arrivata quando Giorgia Meloni ha annunciato che non sarebbe stata presente a Issy Les Moulineaux durante la votazione. Un presidente del Consiglio non si reca all’estero per assistere alla sconfitta del suo paese. E’ una regola generale che la diplomazia conosce bene e dunque era stato suggerito alla Premier di lasciar cadere la cosa. Poco dopo anche il presidente della Regione Lazio Rocca ha annunciato che avrebbe inviato la sua vice, Roberta Angelilli. Solo Gualtieri sembrava ancora crederci o almeno lo lasciava immaginare, sebbene in cuor suo l’unico risultato che poteva portare a casa sarebbe stata una dignitosa seconda posizione con un numero adeguato di consensi. E invece il terzo posto con soli 17 voti è una débacle che non si dimenticherà facilmente.

Sono mancati i voti di tutti i grandi paesi amici e vicini. Perfino l’Albania e la Tunisia ci hanno votato contro, nonostante gli accordi internazionali sbandierati in tema di immigrazione. Perché per questo tipo di eventi si esprime chiunque e un voto vale uno sia se proviene da uno sperduto paese d’oltreoceano, sia se si tratta degli Stati Uniti o della Cina. Ecco perché il lavoro del comitato organizzatore è lungo, pressante, stancante. Occorre contattare tutti i delegati, anche quelli della Nuova Zelanda o del Burkina Faso. Occorre spiegare loro la bontà del progetto e soprattutto occorre essere credibili, portando in palmo di mano una città che deve dimostrare di essere all’altezza di quello che organizza. E su questo purtroppo Roma è estremamente carente.

Certo c’è la storia, c’è la bellezza. Ma manca il resto. Un utente di X scriveva ieri con malizia ma anche con un fondo di verità: “In una città dove la metro passa ogni 15 minuti  sarebbe difficile pure organizzare un torneo di briscola“.

Che Roma fosse del tutto impreparata ad ospitare un Expo tra meno di sette anni lo capiva chiunque. In primo luogo per la tremenda situazione dei trasporti pubblici che non potranno assolutamente migliorare in maniera sufficiente entro il 2030. E questo i commissari del BIE lo sanno bene.

Poi c’è da dire che Roma non ha un progetto di città, non sa cosa vorrà essere tra 10 o 20 anni. Un Expo è invece una mostra tutta dedicata al futuro e dunque sarebbe stato un evento troppo stridente in una capitale ferma e piegata su se stessa.

Altro punto a sfavore è l’ultimo Giubileo e il prossimo del 2025. Nessuna opera è stata pronta per la scadenza prefissata e così sarà per il prossimo Anno Santo quando probabilmente non avremo nulla di quanto previsto. I governi (Draghi e Meloni), il Campidoglio e la Regione hanno impiegato due anni per approvare le normative speciali e per effettuare le nomine delle società che dovevano gestire gli appalti giubilari. Un ritardo inspiegabile agli occhi dei commissari BIE che avrebbero avuto la certezza di un Expo a metà. Quando non riesci a essere dinamico e anzi sei seduto e paralizzato, non puoi pretendere di non pagare un prezzo!

I denari stanziati dal governo italiano e dagli organismi internazionali, circa 50,6 miliardi, sarebbero stati usati per opere mai finite e probabilmente una parte sarebbe tornata indietro. Questa pure è una certezza maturata sulla base dell’esperienza precedente.

Infine, a livello geopolitico, c’è da dire che l’Europa è un continente che conta sempre meno mentre i paesi asiatici sono in grande crescita e scalpitano per dimostrare la loro capacità organizzativa. Gli affari e la finanza si spostano in quella direzione e Roma, con la sua immagine offuscata e sonnacchiosa, non affascina più.

Per cui no, non è stato solo il potere del denaro dell’Arabia Saudita a soffiarci questo evento perché i miseri 17 voti e non essere andati al ballottaggio è la dimostrazione pratica che qui le cose non si fanno bene. O diamo una vera svolta al nostro modo di gestire la politica locale o saremo sempre più marginalizzati.

E’ un dramma aver perso l’Expo? Niente affatto. Nella remota ipotesi che ci fossimo aggiudicati il titolo, avremmo dovuto subire 10 anni di cantieri continui e di disagi. Ma soprattutto è probabile che tutti gli sforzi sarebbero stati dedicati alle grandi opere e che la manutenzione ordinaria sarebbe finita ulteriormente in un cantone. Certo, per i giovani, per i posti di lavoro è una grande opportunità perduta ma dalla sconfitta si può trarre un giusto insegnamento e cioè che occorre mantenere una città, gestirla e curarla nell’ordinario, tutti i giorni. Perché solo una città già efficiente può sperare di competere ad armi pari con altre candidate. Immaginare di sfruttare un grande evento per rimettere in ordine le metropolitane, i rifiuti, il decoro e il traffico è una pia illusione.

Se funzioni ti prendono in considerazione. Se sei allo sbando, nessuno scommetterà un euro su di te.

 

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3 risposte

  1. Perchè si deve aspettare un grande evento per migliorare le cose delle grandi città?
    Penso alle Olimpiadi invernali del 2006 a Torino, penso all’Expo 2015 a Milano, … e penso alle Olimpiadi del 1960 a Roma.
    Scrivete bene nell’articolo: non si sa cosa si vorrà essere tra 10 o 20 anni.
    Non abbiamo una classe dirigente che non riesce a programmare il futuro e guarda solo alle elezioni (qualsiasi esse siano) di domani o dopodomani;: “Uno statista guarda alle prossime generazioni.” (cit.)
    Tempo fa lessi quest’articolo di P.L. Battista, che allego:
    https://www.huffingtonpost.it/rubriche/uscita-di-sicurezza/2023/10/18/news/il_fallimento_italiano_dei_grandi_eventi_passa_su_unimpossibile_pista_olimpica_di_bob-13764295/

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