Dietro i nuovi cestini si nasconde altro: una visione a corto raggio!

Città come New York o Parigi hanno trovato soluzioni già da anni, mentre noi siamo ancora alla fase sperimentale. E' davvero una cosa "complessa" come sostiene Raggi?

Tornare a parlare dei nuovi cestini dei rifiuti, sponsorizzati dalla sindaca Virginia Raggi, tre giorni fa, non è intestardirsi su una questione che alcuni ritengono banale. I nuovi cestini, che dovranno superare i test di praticità e di sicurezza, nascondono in realtà una questione molto più complessa che solo la comunicazione social della sindaca cerca di sviare e di celare sotto frasi come “è stato molto complesso…”

Ma andiamo con ordine.

 

Le vecchie buste di plastica, quelle penzolanti, che molte volte si rompono facendo cadere a terra i rifiuti, furono introdotte per allineare il centro storico di Roma, nei punti più sensibili, alle nuove norme antiterroristiche che prevedono la possibilità di ispezionare anche dall’esterno il contenuto del cestino. Norme che non riguardano solo il nostro paese, ma, applicate fin dai primi attentati del nuovo millennio, costrinsero le amministrazioni comunali ad adeguarsi al più presto per garantire la sicurezza dei cittadini e nello stesso tempo un decoro urbano nei siti di alta valenza storica/artistica.

Nel corso del 2012, il blog “Basta cartelloni” aveva lanciato una serie di reportage, in giro per il mondo, al cui interno diverse metropoli venivano confrontate con Roma, con l’obbiettivo di evidenziarne sia i punti critici sia i punti a favore. Il 3 luglio del 2012 la capitale venne messa a raffronto con New York, e tra i tanti elementi analizzati vi fu proprio la questione dei cestini.

 

La Grande Mela, metropoli martoriata dagli attacchi terroristici, più di 8 anni fa, aveva già optato per un design simile all’attuale soluzione presentata da Virginia Raggi. Un design semplice, a coste distanziate e senza coperchio, installati a Grand Central, mentre un altro tipo, che ricorda un bocciolo di fiore, a coste forate, fu posizionato in Herald Square.

 

Volendo restringere il campo di confronto, stesse soluzioni sono state prese a Parigi (2013), oppure, tornando in Italia, basti osservare i cestini della stazione “AV Mediopadana” di Reggio Emilia (sempre risalenti al 2013).

Cestino dei rifiuti a Parigi, foto via Twitter da Barbara Goi.
Cestino della stazione AV Mediopadana di Reggio Emilia, foto via Twitter da Pasquino Roma.

 

Di certo, allora, i cestini di Roma non rientravano nella priorità dei problemi da risolvere, anche se le buste di plastica hanno sempre mostrato delle criticità. Ma con il susseguirsi degli anni il problema è tornato alla ribalta, dalla raccolta differenziata mai rispettata, in primis dai cittadini, alle buste che diventavo il bivacco dei gabbiani e dei piccioni.

Eppure, si iniziò a lavorare ad un progetto che dovesse incidere sul decoro del centro storico. Progetto, teniamo a mente, che poteva risolversi in pochissimo tempo se solo l’amministrazione si fosse confrontata con altre realtà metropolitane, come New York per l’appunto. Ma a Roma, si sa, ci piace lavorare tanto, non vogliamo copiare nessuno, vogliamo essere originali e fare tutto di testa nostra.

Prototipo del 2019, foto da ilmessaggero.it

 

Agli inizi dell’estate del 2019, prima dell’era Covid, Virginia Raggi fece un nuovo post riguardante i cestini affermando che il progetto era quasi ultimato, grazie ad un confronto con la Soprintendenza si era arrivati ad un prototipo che doveva essere sperimentato per coniugare “sicurezza, decoro e praticità”. Di questi cestini non si è avuto nessun riscontro e per magia dopo un anno e mezzo sono spariti del tutto dal dibattito facendo largo alle “anfore” presentate in questi giorni.

Le domande allora sorgono spontanee: il prototipo del 2019 non ha superato i test di praticità e sicurezza? Dove sono stati installati e per quanto tempo? Quanti progetti vi erano in ballo, se in poco più di 12 mesi è stato presentato un prototipo totalmente diverso? Ma soprattutto, a quanto ammontano le spese di queste progettazioni e sperimentazioni, visto che da anni ci sono prototipi già funzionanti?

Non si vuole sollevare un vespaio di polemiche su una questione che per molti può apparire marginale, ma queste riflessioni non sono altro che la conseguenza di un livello di comunicazione da parte della sindaca, e del suo staff, di bassissima qualità.

Sottolineare di aver svolto “un lavoro complesso”, quando da ormai un decennio in giro per il mondo ci sono prototipi sicuri e pratici, è semplicemente qualcosa di sconfortante, soprattutto se al governo cittadino vi è un Movimento che della praticità e dell’interconnessione tra saperi nel mondo ha fatto un mantra delle sue regole e per i suoi iscritti.

Perché allora sponsorizzare un cestino se ancora deve superare i test? Perché non si è fatto come nel 2019? Ovvero, aspettare il riscontro pratico degli operatori e dei cittadini prima di metterlo pubblicamente in mostra? Le risposte, ovviamente, risiedono nelle logiche della campagna elettorale, ed è proprio questo il punto che riteniamo di bassissima qualità: riversare in rete qualsiasi tipo di notizia (a volte anche fake, si pensi alla fontana delle rane) riguardante l’amministrazione ordinaria della città, dallo sfalcio di un giardino al rattoppo di una buca, tutto all’insegna del “guardate che bello”, un bombardamento di notizie (le più in voga attualmente sono le fatidiche macchinette mangia plastica) che cercano solo di buttare la palla in tribuna senza affrontare nel merito i problemi più stringenti.

 

Infine, ritornando ai nuovi cestini, vogliamo chiudere proprio con il concetto di bello. Sotto questo punto di vista diamo credito alla sindaca che nessuno potrà mai dirsi d’accordo sull’estetica di qualcosa, soprattutto se questo ricade su elementi di decoro urbano. Ma, cara sindaca, o meglio, car* progettist*, era così fondamentale richiamare la storia di Roma nelle forme di un’anfora?

A guardar bene il cestino non sembra altro che un elemento decorativo di un parco giochi, tipo quelle aree tematiche che si possono incontrare a Gardaland o a Mirabiliandia. Se Roma fosse stata una grandiosa frontiera western, avremmo fatto i cestini a forma di botte di whisky? Se fossimo stati un porto caraibico di pirati, avremmo usato i cannoni come fioriere? Queste domande possono apparire come battute da bar, ma in realtà dovremmo finalmente soffermarci sul problema della storicità di Roma, perché anche questa volta, purtroppo, siamo caduti nella solita trappola che Walter Tocci definisce, nel suo ultimo libro, un’inquieta modernità.

Roma non riesce a proiettarsi nel futuro, nei suoi uffici ci sono funzionari e tecnici ancorati a una visione di mondo e di città che non supera la loro scrivania, a partire dai tanti uffici che ostacolano progetti e rigenerazione.

Walter Tocci affronta questo problema fin dal titolo del proprio libro “Roma come se”, ovvero iniziare per una volta a fare politica e progettazione cercando anche solo di immaginare come potrebbe essere una capitale, con coraggio e senza timore, mentre constatiamo che ancora oggi viviamo in una città storica che ricerca costantemente la sua storicità. “Il futuro non è rivolto progressivamente in avanti, ma procede di spalle con lo sguardo turbato verso le rovine di ciò che è stato”.

 

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2 risposte

  1. Comunque se fossero di un colore meno funereo e se sono funzionali non trovo che siano peggio degli altri esempi mostrati. Non ne conosco il peso e ciò che sembra poco logica è la base molto più piccola della “pancia”. Potrebbe rendere instabile l’oggetto.

    1. Dipende dal peso della base. Preferisco questo colore ad uno troppo acceso e distraente: è un cestino, non deve essere troppo appariscente.

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