Come vorreste Corso Francia, il viale lasciato a metà

Un gruppo di urbanisti chiede ai cittadini idee per riqualificare e rendere più sicura l'arteria stradale di Roma nord. La strada oggi è insicura e poco vivibile

 

A metà degli anni ’90 la grande arteria stradale stava vivendo una profonda trasformazione. In Campidoglio avevano capito che qualcosa non andava dal punto di vista urbanistico e di viabilità e iniziarono col sostituire i pali della luce ad arco, tipici del boom economico, con le lanterne romane che rimasero a Corso Francia fino a due anni fa.  Nacquero, inoltre, i piccoli spartitraffico rialzati, che non sono né carne, né pesce. Non sono un salvagente ma neanche un vero marciapiede.

Il progetto dell’epoca prevedeva molto altro ma la rivolta dei residenti e dei pendolari, che subivano forti disagi per i cantieri, bloccò i lavori. Si proseguirà in estate, pensarono in assessorato, ma quell’estate non è mai arrivata.

 

Corso Francia è rimasto così, senza una identità civica e senza un criterio stradale. Sono sei corsie che invogliano a correre, curve leggere e sinuose che fanno credere di essere in pista. Semafori dal breve rosso e dal lungo via libera che spingono a raggiungere quello successivo per percorrere con un sol colpo di acceleratore il tratto compreso tra Vigna Stelluti e il bellissimo cavalcavia dell’Olimpica progettato addirittura da Riccardo Morandi, il genio dei ponti purtroppo oggi ricordato per lo più per la tragedia di Genova.

 

Corso Francia sarebbe dovuto essere in prima pagina delle cronache locali da molti anni e invece – nonostante fosse sotto i loro occhi – i giornali e la tv l’hanno visto per la prima volta solo nel dicembre del 2019 quando in una notte drammatica, tre giovani della Roma bene divennero protagonisti di una storia terribile. Gaia e Camilla, attraversando la grande strada, furono investite e uccise dal figlio di uno dei registi di maggior successo del cinema italiano. Vittime della strada ce ne sono tante a Roma, muoiono ogni giorno pedoni innocenti, ma quella storia era diversa: era capitata sotto casa dei direttori dei giornali, in quel quadrilatero dove si concentrano le vite dei professionisti, dei politici, dei capi redattori. La Roma nord del mainstream fa notizia molto più di tanti altri incidenti che restano confinati al trafiletto in ultima di cronaca.

Quella bagarre mediatica finì col l’installazione, da parte del Comune, di new jersey all’altezza di via Flaminia Vecchia che impediscono l’attraversamento. Ma la natura di Corso Francia, i suoi difetti strutturali, il suo essere “non luogo”, sono rimasti immutati.

 

Ecco perché un gruppo di urbanisti, riunito nell’associazione “Riprogetta Roma”, ha lanciato l’idea di ripensare lo stradone. Il loro programma si chiama proprio “Ripensare Corso Francia” e parte dal basso, dalle proposte che i cittadini possono lanciare per andare incontro a bisogni ed esigenze di tutti, senza però trascurare tre fattori fondamentali: mobilità sostenibile, sicurezza di pedoni e automobilisti, qualità degli spazi.

Il coordinatore del progetto, Giovanni Tucci, parla di diverse idee che dovranno emergere da tutti gli utenti di quella strada: studenti, commercianti, residenti, disabili, anziani. L’urbanista parte dalla fase di ascolto: da questa nascerà un vero programma di trasformazione della strada, condiviso da tutti che potrà essere implementato dal Comune e dal Municipio.

Chiederanno rallentatori, autovelox, telecamere? Forse, ma soprattutto chiederanno di dare un’anima a un vialone che ne è privo. Da pista da corsa a strada urbana, abitata, vissuta e con spazi per tutti. Uno spazio non solo più sicuro, ma anche più ospitale.

 

 

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3 risposte

  1. Perché non realizzare un po’ di verde nella divisione centrale e anche allargare i marciapiedi? Così sarebbe più vivibile anche per i negozi che ci sono e per i cittadini che ne vogliono usufruire senza auto

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