La corsa ad aprire sempre più ristoranti e pizzerie in centro storico, per farne una colossale mensa a cielo aperto, si è scontrata in passato con la scarsa disponibilità di locali commerciali dotati di canna fumaria. Era quello infatti un requisito indispensabile per poter preparare pasti caldi.

Da qualche anno però un’interpretazione un po’ creativa della normativa vigente ha fatto emergere la possibilità di ricorrere a sistemi alternativi alla canna fumaria per smaltire i fumi delle cucine. Si tratta di sistemi di filtraggio dell’aria, in genere a carboni attivi, chiamati anche scrubber. In realtà a Roma, almeno in centro storico, è stato già chiarito che questi sistemi non rispettano le prescrizioni vigenti e quindi non consentono la preparazione di pasti caldi, ma l’incertezza che ha in passato caratterizzato la materia ha consentito a più di un locale di aprire e da allora, com’è prassi a Roma, continua a prosperare cucinando allegramente centinaia di pasti pur in assenza della prescritta canna fumaria.

La novità di questi giorni è un intervento del TAR del Lazio che sollecita il Comune a riappropriarsi del proprio ruolo di regolatore/controllore e indirettamente bacchetta gli imprenditori più spregiudicati.

Nel centro storico di Roma ve ne sono purtroppo a decine di casi di locali che cucinano a tutto spiano pur non potendolo fare. Ed in molti casi a questi esercizi commerciali è stato anche notificato un provvedimento che intima di interrompere l’utilizzo delle cucine ma, come da prassi romana, è praticamente impossibile riuscire a far rispettare le prescrizioni.

In una strada del centro storico, via della Croce, vi sono addirittura due di questi locali che continuano a cucinare pur avendo ricevuto l’intimazione a smettere di farlo. Uno di questi è un ristorante specializzato in pesce che da quando ha aperto qualche anno fa, subentrando ad un negozio di calzature, ha iniziato ad ammorbare l’intera strada di un puzzo insopportabile di pesce cucinato, con comprensibile “delizia” di chi abita ed opera nei dintorni. Anni di esposti e richieste di intervento da parte di cittadini ed associazioni non sono riusciti a schiodare questo locale. En passant, lo stesso locale sono anni che occupa il suolo pubblico con tavolini senza avere uno straccio di concessione, essendo finito perfino nella lista di quelli chiamati a rispondere penalmente di occupazione di suolo pubblico abusiva. Si direbbe insomma un localino con tutti i crismi, uno di quelli che avrebbe dovuto chiudere il giorno dopo l’inaugurazione, in una città che volesse tutelare i propri cittadini e chi vi viene in visita, e che invece a Roma fa soldi a palate indisturbato da anni.

Riuscirà la tirata d’orecchi del TAR a convincere Comune e Municipio a mettere mano a cancri del genere? Dubitarne è, purtroppo, d’obbligo.

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