Arte e medicina nella Biblioteca Lancisiana del Santo Spirito

I 20mila volumi antichi raccontano storie incredibili: la vita di Lancisi, il medico dei Papi, le ingenuità della scienza e le intuizioni geniali. La Roma del '600 non era così diversa da quella di oggi
Giovanni Maria Lancisi (1654-1720)

 

Una vita, quella di Giovanni Maria Lancisi, che racconta tanto del suo tempo. Medico molto stimato ebbe momenti di gloria e periodi bui. Dovette lottare contro le invidie degli altri colleghi, baroni universitari, ma non fu esente dall’alimentare polemiche anche ingiuste nei confronti di altri scienziati. Si trovò ad affrontare una strana epidemia di morti misteriose per la quale decise di fare decine di autopsie, nonostante il parere contrario della comunità scientifica.

Con le dovute differenze, possiamo affermare che Lancisi visse in un’epoca che aveva già i tratti delle pandemie moderne. Medici che si espongono troppo, che parlano come oracoli, salvo poi smentirsi da soli.

Lancisi era stato nominato lettore¹ di Chirurgia e Anatomia presso l’Università la Sapienza (già esisteva ovviamente) quando fu chiamato a prendersi cura del Papa Innocenzo XI. Nel 1689 il Pontefice si ammalò e le terapie che gli vennero somministrate non servirono a molto tanto che morì nell’arco di un paio di mesi. Altri colleghi, tra i quali Marcello Malpighi, criticarono duramente le scelte terapeutiche di Lancisi e scrissero un lungo parere al quale lui rispose con una memoria difensiva (Il Giornale dell’ultima infermità di Innocenzo XI). Ma le sue difese servirono a poco e il medico cadde in disgrazia.

Riapparve alla vita pubblica e alla corte pontificia 10 anni dopo quando, grazie all’intercessione di un cardinale, fu nominato medico di Clemente XI. Con questo Papa ebbe un legame profondo tanto che nel 1706 fu incaricato direttamente da Clemente di indagare sulle morti improvvise che stavano mietendo troppe vittime a Roma. Dopo aver condotto decine di autopsie pubblicò De subitaneis mortibus libri, nel quale spiegava che la causa sarebbe da ritrovarsi in una ipertrofia cardiaca. In realtà non ci aveva capito molto ma i suoi studi furono letti e commentati per anni. Più avanti, ebbe un’intuizione geniale quando comprese che le epidemie di malaria erano legate alle inondazioni del Tevere. Il ristagno d’acqua nei prati intorno a Castel Sant’Angelo provocava il proliferare delle zanzare che lui riteneva essere il vettore della malattia (non si conosceva ancora la zanzara anopheles). Propose di bonificare la zona e l’Agro Romano ma nessuno gli credette. E invece aveva perfettamente ragione.

 

Queste storie, assieme a tantissime altre, sono raccontate negli scritti conservati nella biblioteca lancisiana che lui stesso volle fondare nel 1711, nel complesso dell’Ospedale Santo Spirito. Destinò la gran parte dei soldi che aveva guadagnato a questo progetto, raccogliendo i volumi di importanti scienziati, oltre ad incunaboli e cinquecentine. I giovani studenti potevano consultare tutto il materiale e poi applicare ciò che leggevano sui pazienti che erano ricoverati nell’ala adiacente.

 

Un progetto innovativo per l’epoca tanto più che oltre ai volumi, Lancisi l’aveva dotata di apparecchi per gli esperimenti. La passione per i libri fu tale che negli ultimi anni di vita si dedicò solo all’editoria, facendo pubblicare testi ma anche acquistandone da altri medici in tutta Italia. Il compendio è raccolto in questa magica biblioteca.

Oggi visitarla è molto complesso. L’unica possibilità è offerta dal FAI che ha permesso ad un nostro collaboratore di accedere nei giorni scorsi. La biblioteca è tornata al suo splendore dopo anni di restauri costati 4,5 milioni di euro. La statica dell’edificio era malferma e l’intervento, finanziato dalla Regione Lazio, ha permesso un risanamento delle strutture che è terminato a fine 2021.

 

Le scaffalature in legno sono state pulite, i volumi – che erano stati rimossi – sono tornati al loro posto così come è stato recuperato l’affresco di Gregorio Guglielmi.

I due magnifici globi terrestri del XVII secolo sono ora di nuovo visibili ed apprezzabili da parte di tutti gli studiosi.

 


¹Il chirurgo capo, quello che oggi definiremmo primario, il più delle volte non toccava il paziente ma si limitava a leggere i testi in aula davanti agli studenti, mentre l’intervento chirurgico veniva svolto da altri. Questa pratica, introdotta da Galeno, è stata spesso all’origine di errori medici e convinzioni sbagliate che sono state scardinate dopo secoli

Si ringrazia Emanuele Falconetti per le fotografie

 

 

 

 

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