Un aspetto trascurato delle OSP a Roma

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Dopo aver provato a bacchettare l’assessore Cafarotti per alcune castronerie dette in materia di Piani di Massima Occupabilità (PMO), torniamo sull’argomento Occupazione di Suolo Pubblico (OSP) e tavolini esterni per segnalare un aspetto che a quanto ci consta non viene mai tenuto in considerazione.

I PMO nascono infatti come uno strumento per la difesa e la salvaguardia dello spazio pubblico (bene comune), del decoro cittadino e della sicurezza dei pedoni. A questo gli operatori commerciali legati al mondo della ristorazione in senso generale obiettano che con i PMO si impedisce loro di lavorare con ricadute gravi sui livelli occupazionali.

Il tema è molto semplice: può un’attività di ristorazione, una pizzeria, un bar sfornare più coperti di quanti la sua “struttura produttiva” consenta?

Alla base di tutto c’è il rispetto delle norme igienico sanitarie che l’esercente dichiara di ottemperare in sede di presentazione della SCIA al Comune/Municipio ove è ubicata l’attività.

Facciamo un esempio: un operatore commerciale vuole aprire un ristorante a Roma e presenta una SCIA dove, tra gli altri documenti, deve allegare una planimetria in cui è specificata la superficie del locale cucina. Tale misura è dettata dalle “Linee Guida” del SIAN (Servizio Igiene degli Alimenti e della Nutrizione) delle ASL, laddove stabiliscono che la superficie minima, con tolleranza sino al 5%, pari a mq 16 fino a 30 posti a tavola; oltre 30 posti a tavola la suddetta superficie sarà incrementata di almeno 0,20 mq per ogni ulteriore coperto (inclusi quelli previsti in eventuali manufatti esterni per la somministrazione)”.

Il principio che soggiace la norma tende a stabilire un nesso diretto tra salubrità degli alimenti durante il ciclo della cottura (e non solo) e la capacità della cucina di “produrre” piatti in rapporto ai coperti presenti nel locale. Può sembrare banale, ma quanti di noi, entrando in un ristorante si sono chiesti quanto è grande la cucina? Nessuno.

E allora come fa un ristorante omologato per 30 posti a tavola (circa 8 tavoli) a sfornare pasti per 50, 60 coperti perche ha un OSP fuori del locale e rispettare un ciclo corretto degli alimenti? E, soprattutto, come fa a rispettare quel rapporto tra spazio locale cucina e posti tavola  in base al quale è stato autorizzato a svolgere una attività di somministrazione?

Sarebbe, quindi, molto più corretto affrontare il tema PMO dal versante della correttezza del rilascio di una concessione di suolo pubblico anche nel rispetto dei requisiti igienico sanitari degli alimenti e vincolarlo al permanere di quell’equilibrio fra superficie locale cucina e numero coperti del locale e della sua eventuale appendice esterna. Detta in maniera spicciola se hai un locale per 30 posti, perché il tuo spazio cucina è di 16 mq, non posso rilasciarti una occupazione di suolo pubblico per ulteriori tavoli esterni.

Allora suggeriamo di aggiungere questo elemento  di valutazione a tutte le richieste di occupazione di suolo pubblico ovunque posizionate con particolare riguardo alle vie e strade interessate dai PMO.

In questo modo, magari, riusciremmo, oltre che a portare un po’ di decoro e una maggiore sicurezza, anche ad elevare il livello qualitativo dei cibi che tanti ristoratori somministrano ai loro clienti e che spesso altro non sono che piatti precotti.

 

Chissà se l’assessore Cafarotti concorderà nel tenere presente l’elemento appena illustrato oppure se lo troverà l’ennesimo cavillo per contrastare la libera imprenditoria “alla romana”.

 

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  1. andrea

    Davvero pensi che dopo aver letto il tuo articolo abbiano capito la tua proposta? Secondo me li hai sopravvalutati.

    • Roberto

      Forse hai ragione ma per provare a fargli capire che non hanno la scienza infusa (tutt’altro) non bisogna mai perdere occasione per sollecitarli almeno sui temi di loro competenza.
      È anche un modo per dimostrare ai cittadini che i tavolini esterni non sono in assoluto né buoni né cattivi, ma che dipende da come sono concessi e condotti.

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