Sulla questione del “Vivi Bistrot” di Villa Pamphili qualcosa non torna. Una settimana fa abbiamo lanciato insieme a molte altre testate l’appello a firmare la petizione per bloccare la delibera dello sgombero della struttura.

La concessione era scaduta nel 2015, i proprietari hanno sempre cercato di contattare l’amministrazione chiedendo di aprire un nuovo bando (3 novembre 2016, 24 settembre 2018). L’amministrazione da una parte ha negato il rinnovo chiedendo la riconsegna del bene entro 30 giorni, dall’altra non ha avviato nessun nuovo bando di assegnazione, nonostante esista una delibera della Giunta Marino (140/2015), che prevede proprio l’indizione di un nuovo bando per la riassegnazione del bene del “Dipartimento del Patrimonio”.

Dopo la mobilitazione dei cittadini e la raccolta firme di Charge.org (34mila firme raggiunte fino ad oggi), il consiglio comunale ha approvato a maggioranza la sospensione dello sgombero in attesa di un nuovo bando.

Quello che però lascia perplessi è il fatto che i proprietari abbiano continuato a pagare il canone mensile di 3,500 euro, nonostante la concessione fosse scaduta. Il canone di affitto è stato versato con puntualità tutti i mesi, come si evince dai bollettini regolarmente emessi dal Comune di Roma (canone di affitto, si badi, non agevolato, ma frutto della stima calcolata da un geometra ufficiale inviato dal Patrimonio nel 2010). Il Comune ha così incamerato 42mila euro all’anno, 170mila euro in quattro anni.

Inoltre, i proprietari di “Vivi Bistrot”, in dieci anni, si sono fatti carico di tutti i lavori di rifacimento dello stabile per un esborso di 300mila euro (tutti documentabili), sebbene questi fossero di competenza della proprietà e cioè del Comune di Roma. La domanda quindi che ci poniamo è la seguente: è possibile per un ufficio pubblico intascare un canone mensile nonostante il contratto (6+6) fosse scaduto? È possibile percepire 42mila euro all’anno dopo aver notificato nel 2015 che i “termini di affitto” erano scaduti? Cosa ancora più assurda è il fatto che dal 2018 “Vivi Bistrot” accoglie il recupero dei carcerati “nella cura del verde pubblico”, nonostante nel 2016 gli fosse stato intimato nuovamente lo sgombero. Una parte dello Stato, quindi, collabora attivamente con la struttura, riconoscendone l’utilità per i cittadini, un’altra parte ne chiede la chiusura.

La questione lascia ancora di più amareggiati nel pensare che il movimento politico “CasaPound” occupa un immobile nel centro di Roma, in via Napoleone III, da ben 15 anni, senza mai pagare un euro di affitto, un danno per l’erario pubblico calcolato dalla Corte dei Conti in 4,6 milioni di euro. Che tipo di parametri, allora, sono stati usati per “Vivi Bistrot”? Perché l’ufficio preposto non ha ascoltato le richieste dei proprietari? Perché non ha messo in atto la delibera della Giunta Marino?

In attesa di risposte più dettagliate da parte dell’amministrazione, segnaliamo che la raccolta firme è ancora attiva, in quanto lo sgombero è stato solamente rinviato.

 


Per chi volesse firmare cliccare qui

 

 

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