L’iniziativa da sostenere: creare un Politecnico a Roma

Il progetto, presentato dalla Regione Lazio, porterebbe rinascita intellettuale e ritorni economici. Un polo di eccellenza anche nella Capitale

Con il fondo Next Generation UE, da 173 miliardi di euro (di cui 81 a fondo perduto), l’Italia ha di fronte a sé un’occasione importantissima per rilanciare i vari settori della sua economia messa a dura prova dal Coronavirus.

Un settore chiave del rilancio economico sarà svolto dal mercato legato alla cultura, dell’istruzione e dell’innovazione tecnologica. Come in uno scacchiere, la ripresa si giocherà nelle grandi città che cercheranno di rigenerare le loro infrastrutture, i loro spazi e aggregheranno nello stesso tempo i più disparati saperi, dalla filosofia alla medicina.

Sono molte, infatti, quelle che si stanno mobilitando grazie anche all’interesse delle istituzioni per intraprendere questo percorso. A Milano, ad esempio, l’area dell’Expo 2015 sarà riconvertita per creare dei poli di aggregazione scientifica, a Napoli sorgerà il polo internazionale Agri-tech, un centro di super computer vedrà la luce a Bologna e quello dell’intelligenza artificiale a Torino.

Lungo queste direttrici sembra che qualcosa si stia mobilitando anche nel Lazio per rilanciare la Capitale come città non solo amministrativa ma anche scientifica e altamente specializzata.

Un progetto molto ambizioso presentato al governo dalla Regione Lazio, parliamo della realizzazione a Roma di un Politecnico, un grande centro accademico multidisciplinare che si ponga in alternativa ai famosi Politecnici di Milano e Torino. Un investimento da 1 miliardo di euro che permetta alla città di tenere il passo e non indietreggiare di fronte all’offerta culturale e scientifica.

Come ha tenuto a specificare Daniele Leodori, vicepresidente della Regione Lazio, nella realizzazione di questo polo multivalente dovranno essere coinvolte tutte le università romane e del Lazio, ma anche tutti i centri di ricerca e gli istituti. Anche Walter Tocci è intervenuto sull’importanza di questa iniziativa, che non si dovrà opporre e sovrapporre agli altri atenei, ma dovrà diventare una fucina di saperi, un imbuto dove far confluire le migliori risorse umane, alimentando un sano spirito di competizione.

La nascita di un Politecnico a Roma avrebbe delle ripercussioni enormi: la Capitale colmerebbe il vuoto accademico di non disporre di un centro tecnico specializzato, in questo modo legherebbe a sé le menti più brillanti che cercano miglior fortuna altrove e attirerebbe nuovi capitali attraverso l’interesse di aziende che potrebbero collaborare con il nuovo Politecnico (corsi, stage, tirocini) per arrivare a brevetti, software, hardware, marchi e licenze d’uso. Infonderebbe nuova linfa anche all’amministrazione comunale che potrebbe sperimentare sul campo le nuove tecnologie, attraverso appalti e capitolati, aumentando la percezione della città come realtà industriale e imprenditoriale, slegata dall’economia del turismo e da quella amministrativa dei ministeri e degli uffici. Per non parlare poi dell’impatto che avrebbe l’istituto sull’economia reale, dal valore immobiliare degli appartamenti alle attività di ristoro.

Di riflesso, oltre alle ricadute sociali interne anche quelle al di fuori dei confini regionali potrebbero stravolgere, a lungo termine, gli assetti di molte città. L’ateneo diventerebbe un avamposto di frontiera per tutte quelle migliaia di ragazzi che dal meridione e dal centro Italia si trasferiscono al nord o all’estero, per poi rimanervi in pianta stabile dopo aver concluso l’iter accademico e aver trovato impiego nelle aziende dove hanno intrapreso un percorso di tirocinio.

Dobbiamo, infatti, tener presente che, nei piani del governo, molti fondi saranno destinati anche al potenziamento dei trasporti tra le regioni più disagiate. Sempre la Regione Lazio sta portando avanti un progetto di potenziamento della linea ferroviaria che collega Roma con l’Abruzzo, in modo da poter raggiungere Pescara in soli 90 minuti, ovvero quasi lo stesso tempo di percorrenza tra Roma Termini e Civitavecchia.

Va da sé che, accogliendo flussi di pendolari, oltre ad incrementare l’indotto lavorativo di Roma, numerose realtà cittadine diminuirebbero drasticamente il loro spopolamento, invertendo così anche il trend negativo legato agli studenti fuori sede.

I ragazzi di Via Panisperna

Ma veniamo ad una questione molto più romantica e nello stesso tempo significativa.

Roma, che lo si voglia o no, possiede una storia di ricerca tecnica e scientifica che ha segnato in profondità le vicende del Novecento.

Una storia contemporanea lontana dai fronzoli classicisti o barocchi. Dalla scuola di matematica di Vito Volterra a quella di informatica di Ruberti, per non parlare dell’incredibile istituto di Fisica di Via Panisperna 90, ricordato nella memoria collettiva con l’appellativo de “I ragazzi di Via Panisperna”.

Un gruppo di giovani visionari che, capeggiati da Enrico Fermi ed Ettore Majorana, attraverso i più disparati esperimenti, riuscirono a scoprire, nel 1934, la dinamica dei neutroni lenti, primo passo per arrivare al reattore nucleare e in seguito alla bomba atomica. Esperimenti svolti nel giardino dell’istituto mentre davano da mangiare ai pesci, errori capiti e calibrati nelle lunghe passeggiate che facevano da via Nazionale a Santa Maria Maggiore, seduti ai tavoli di qualche bar, vicino Piazza Venezia.

Cosa c’entra questo con il Politecnico? Tutto.

I ragazzi di via Panisperna studiavano e lavoravano a rione Monti, vivevano appieno il loro quartiere, ma erano costantemente connessi con il resto del mondo e con i cambiamenti che stavano avvenendo. Quasi un secolo fa cercavano di trovare le risposte ai problemi della vita quotidiana, ed è proprio con quello stesso spirito che dovrà nascere il futuro Politecnico: creare nuova appartenenza cittadina, come ha sottolineato Walter Tocci. Trovare risposte scientifiche alle emergenze sanitarie, climatiche, sociali, in poche parole creare dei ponti che colleghino nuovamente Roma con il resto del mondo, una Capitale che “non deve e non può essere un luogo di fuga”, ma solo di accoglienza e aggregazione.

 

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