Un saggio di Luca Serianni spiega perché il romanesco non è un vero dialetto ma un modo di parlare. Cinema, tv e inclusione degli stranieri l'hanno reso un "contenitore" di idiomi

Il 24 luglio 2019, presso la galleria commerciale “Porta di Roma”, il prof. Luca Serianni tenne una lezione aperta organizzata nell’ambito del progetto “Grande come una città”.

Grande come una città è un movimento politico-culturale nato nel III Municipio con lo scopo di promuovere momenti di pedagogia pubblica ma soprattutto ricompattare la collettività attorno ad alcuni valori ritenuti imprescindibili dagli organizzatori come l’inclusione, il femminismo, la non violenza e l’antifascismo.

A distanza di due anni, nel febbraio 2021, la casa editrice Castelvecchi ha dato alle stampe una rielaborazione della lezione tenuta da Serianni, grazie alla trascrizione di Lorenzo Desirò.

È nato così un primo pamphlet dal titolo Le mille lingue di Roma. In meno di cinquanta pagine si cerca di delineare le tappe che portarono alla nascita del romanesco e di come il dialetto romano non sia altro che l’incontro, la contaminazione e la rielaborazione di lingue e dialetti provenienti da una galassia di migrazioni che a Roma trovarono e trovano la loro patria comune.


Il “multilinguismo” nella capitale ha radici antichissime
e rappresenta una costante nella sua storia. Un insieme di popoli che, convivendo in uno spazio relativamente ristretto, creano un tessuto estremamente variegato.

Roma sotto questo punto di vista rappresenta un unicum in Italia e nel mondo. Infatti, non esiste altra città in cui la lingua venga studiata e letta, soprattutto fuori dalle aule di scuola. A Roma il latino, per esempio, si legge ovunque: tra le vie, sui palazzi, sulle targhe commemorative, sui monumenti e su tutte quelle superfici in cui la storia ha voluto lasciare un segno.

Eppure, nonostante la sua storia linguistica non abbia conosciuto cesure e interruzioni, oggi nessuno parla il latino. Come si è passati dal latino al romanesco? È possibile che a Roma non esista un dialetto ma solo una parlata?

Questa peculiarità, come sottolinea Serianni, va rintracciata in prima battuta nella politica di dominio dell’Impero romano, un impero che crescendo non ha attuato nessuna politica di colonizzazione linguistica.

Roma dominava il mondo ma si lasciò dominare dal particolarismo linguistico. Ecco allora la nascita graduale di una lingua in cui influirono tutte le incursioni di popoli, dall’antichità fino al sacco del 1527, ma anche della presenza della corte pontificia, con le influenze toscane sotto i Medici, con i legami intrattenuti con altre corti e altre realtà istituzionali.

Cos’è dunque il romanesco? Non è altro che l’incrocio di diverse lingue, il dialetto, anzi il non dialetto, che di più ha influenzato e influenza la lingua italiana. Grazie alla sua alta comprensibilità e fruizione da parte di molti, nel vocabolario italiano si contano 150 parole romanesche, contro 28 parole napoletane e soltanto 15 parole milanesi.

Il primato romano non è dettato solo dalla sua storia millenaria ma anche dalle influenze contemporanee. Un ruolo chiave è stato svolto dal cinema, dalla presenza degli studi di posa nella capitale, dai programmi televisivi registrati sempre a Roma. Nei film molto spazio veniva dato al romanesco, si pensi al neorealismo, alla commedia romana, espressa magistralmente da attori diventati icone (Alberto Sordi, Nino Manfredi, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Gigi Proietti, solo per citarne alcuni) dove la lingua diventa anche gestualità, quindi diventava romanità. Pier Paolo Pasolini, bolognese di origini friulane, adottò il romanesco non solo nelle sue pellicole ma soprattutto nei suoi romanzi dove la periferia e la città sono rappresentati prima di tutto dal dialetto parlato. La presa su persone forestiere e non romane rappresenta il trionfo di una lingua in grado di vincere il campanilismo. Carlo Emilio Gadda, milanese, sposò il dialetto portandolo in trionfo fin dal titolo del suo capolavoro “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

Negli anni ’70 la forza del romanesco irrompe, poi, sulla scena nazionale con la figura del “Er Monnezza”, un ispettore di polizia che non riesce a parlare in italiano ma solo in dialetto con un uso costante del turpiloquio. La figura del cafone romano sboccato era un cliché italiano, in parte ancora oggi esistente, che si riallacciava ad una tradizione popolare ottocentesca, in cui il dialetto non era quello di Trilussa, un dialetto “borghese” e “annacquato” di primo Novecento, ma quello di Gioacchino Belli, ovvero della plebe, che storpiava le parole e le cadenze.

Come ricordato da Serianni, la forza sovraregionale dell’idioma oggi si manifesta soprattutto nella diffusione dei cognomi romani, che nella classifica delle frequenze onomastiche si attestano tra i ranghi più alti.

Certo quando si parla di cognomi e nomi non bisogna dimenticare le presenze straniere. Nel 2018 nella capitale risultarono censiti (dati che non fotografano mai la vera entità numerica) 385 mila stranieri, pari al 13,4% della popolazione. Nonostante questa massiccia compresenza di stranieri, è ancora la lingua ad essere l’elemento di aggregazione e inclusione. La maggior parte di queste famiglie ricorre a nomi italiani per i loro neonati. Il nome diventa così il primo tassello di integrazione, un atto culturale molto significativo che testimonia la volontà delle comunità straniere di adeguarsi alla lingua del luogo. Sacrificano parte della loro storia (eccezion fatta per le famiglie di tradizione araba), conservando gelosamente altri aspetti, come la religione e le abitudini alimentari, elementi in grado di tutelare ancora la propria cultura.

Oggi, dunque, in un mondo apparentemente senza confini, aperto e liquido sotto molti punti di vista, l’integrazione culturale e linguistica viene percepita come una minaccia. Ma il contesto plurilingue in cui viviamo andrebbe analizzato e studiato per la sua reale portata. La storia del romanesco dimostra come sia l’incontro tra le civiltà a definire un patrimonio culturale da tramandare. Uno sterile irenismo, invece, porterebbe soltanto a una chiusura destinata a relegare le tradizioni nel serbatoio delle minoranze, messe costantemente in pericolo.

 


L’immagine di copertina è tratta da Roma-artigiana.it (storia der Salustro)

 

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