La situazione da “Suburra” del commercio romano

Una recente inchiesta di Report pare una nuova puntata di "Capitale corrotta, nazione infetta", ma né il Campidoglio né il governo nazionale mostrano la necessaria consapevolezza

Quanto sembrano lontani i giorni di “Mafia Capitale“, quando nel giugno 2015 Roma si scoprì immersa in un oceano di malaffare che coinvolgeva anche elementi di spicco dell’amministrazione capitolina (tra gli altri furono arrestati un assessore della Giunta del sindaco Marino e un presidente di Municipio!?!).

Seguirono i processi, molte condanne, ma anche la decisione della magistratura che non si trattasse di “mafia”, come se il malaffare che aveva permeato così profondamente tante istituzioni romane fosse meno preoccupante perché non presentava le caratteristiche delle organizzazioni mafiose.

Poi venne la giunta Raggi, quella del presunto “vento nuovo”, vento che però dimostrò di mantenere almeno una parte delle cancrene già viste, se è vero come è vero che durante il suo mandato venne arrestato il presidente di ACEA, nominato dalla stessa Raggi, e addirittura il presidente dell’Assemblea Capitolina!?!

Una fine incolore della consiliatura Raggi e l’arrivo della novità Gualtieri avevano in qualche modo allontanato il ricordo di Mafia Capitale, anche se l’incredibile episodio che nel 2022 vide protagonista il Capo di Gabinetto di Gualtieri aveva dimostrato che certe oscure dinamiche erano tutt’altro che sparite da Roma.

 

Poi apparentemente più nulla e c’è voluta la puntata del 21 gennaio 2024 di Report Rai3 (“Grande Raccordo Criminale”, dal minuto 1:15:30 circa) per squadernare ancora una volta il livello di malaffare che prospera nella capitale d’Italia.

In questo caso le istituzioni non sono state direttamente coinvolte, ma viene mostrato come vi siano zone di Roma dove la criminalità comanda e soprattutto che una percentuale altissima del commercio cittadino sarebbe direttamente o indirettamente governato da organizzazioni criminali.

Nel servizio si parla della ‘Ndrangheta calabrese che avrebbe fatto di Roma un terminale dove reinvestire i proventi delle attività illecite, oppure di organizzazioni cinesi che sfrutterebbero alcune attività dell’Esquilino (la Chinatown romana) per far circolare nel mondo i capitali necessari a pagare le partite di droga.

 

Di quello che sarebbe successo a tantissime attività commerciali a Roma negli ultimi anni parla nel servizio Angelo Enrico Oliva, amministratore giudiziario dei beni confiscati alle mafie.

Questo lo scambio di domande e risposte tra l’intervistatore e Oliva.

D. Quando voi sequestrate un locale, cosa trovate?

R: Troviamo la cultura dell’illegalità: contributi non versati, tasse non pagate, molto spesso anche autorizzazioni sanitarie o SCIA, autorizzazioni comunali, difettose e con criticità che loro non pensano minimamente a risolvere.

D: Quanto di Roma si sono mangiati?

R: Io penso oggi con il COVID e con quello che si vede in giro, penso siamo intorno all’80/90% di tutto quello che gira su Roma a livello imprenditoriale.

 

Se queste affermazioni fossero vere, e non abbiamo motivo di dubitarne, ci sarebbe o no da rimanere sconcertati?

Pur volendo pensare che l’amministratore Oliva potrebbe aver esagerato, forse che un 50% o un 40% dell’imprenditoria romana collegata ad organizzazioni criminali non dovrebbe preoccupare tutti i livelli istituzionali del paese?

 

Un’altra storia dell’inchiesta di Report viene raccontata dal colonnello Marco Sorrentino (comandante GICO Roma – Guardia di Finanza): “Gli albanesi nel corso di 15 anni qui su Roma hanno avuto un’evoluzione incredibile. Il gruppo degli albanesi è cresciuto come picchiatore, poi è diventato più forte grazie ai rapporti con la camorra, per infine laurearsi grazi alle sinergie create con la ‘Ndrangheta.

Inoltre, da un’analisi realizzata sui dati della Camera di Commercio emergerebbe che imprenditori di origine albanese controllano gruppi che contano 10/12 locali ciascuno. Sono locali che valgono milioni di euro, distribuiti tra p.za Navona, Campo de’ Fiori, Trastevere.

 

Purtroppo, come tante altre volte accaduto in occasioni di inchieste shock di Report, si direbbe che anche questa volta le tante rivelazioni siano già state archiviate senza battere ciglio. Eppure storie del genere fanno ricordare la famosa inchiesta de L’EspressoCapitale corrotta, nazione infetta”, pubblicata nel 1955, e quindi dovrebbero togliere il sonno anche a più di qualcuno dei membri del governo nazionale.

A queste cose non dovrebbe buttarci un occhio anche l’attuale “tosta” e romana presidente del Consiglio?

 

Volendo invece guardare al livello comunale, la netta impressione è che in Campidoglio non ci sia nessuno che di queste dinamiche criminali si stia occupando o anche solo ne abbia la necessaria consapevolezza.

In seguito all’emergere di Mafia Capitale il sindaco Marino affidò ad un magistrato esperto come Alfonso Sabella l’assessorato alla legalità e di malaffare Sabella ne trovò a volontà, descrivendolo nel suo libro “Capitale infetta”.

Passato il sindaco Marino, e con lui l’ottimo Sabella, è evidente come in Campidoglio si sia persa di nuovo la comprensione della gravità del malaffare che prospera a tutti i livelli a Roma.

Dell’incapacità di comprendere certi fenomeni non si può fare una colpa agli attuali amministratori, purtroppo, ma l’illegalità diffusa a tutti i livelli a Roma questa sì che è una responsabilità dell’amministrazione Gualtieri.

Se infatti il corpo di Polizia Locale di Roma continua ad essere del tutto inconsistente, sotto organico, senza risorse e con una dirigenza inefficace, di chi altri è responsabilità se non del sindaco?

Inoltre, sapendo da anni che moltissime attività commerciali, soprattutto del centro storico, sono controllate dalla criminalità organizzata, è o non è un aiuto ai criminali il tenere sistematicamente sguarniti gli uffici commercio che quelle attività dovrebbero contribuire a controllare?

Quando l’amministratore Oliva parla di “cultura dell’illegalità” che vige in tante attività commerciali con cui si confronta, non è forse lasciando pochi funzionari e impiegati soli a fronteggiare corazzate milionarie, e spesso con pochi scrupoli, che si incentiva quel tipo di cultura?

 

Per fare un esempio concreto, il Municipio I lamenta da anni una drammatica carenza di personale ma per il Campidoglio il problema non esiste. Nel giugno 2022 il Direttore del Municipio ebbe a dichiarare: “Devo usare un termine forte per far capire qual è lo scenario nel primo Municipio: il problema della carenza di personale è drammatico, in tutti i settori e ogni giorno che passa diventa sempre più drammatico”.

Ma la situazione ad oggi è sostanzialmente la stessa.

 

Viene da chiedersi se il non attrezzarsi a tutti i livelli per contrastare certe manifestazioni della criminalità organizzata sia dovuto solo alla mancata consapevolezza dei governanti o se sia in qualche modo pilotato da chi dal clima di generale illegalità ne trae enormi benefici.

 

Purtroppo non vediamo come l’attuale maggioranza capitolina possa affrontare problemi tanto complessi, poco attrezzata come ha dimostrato di essere, e dobbiamo prendere atto che anche il governo nazionale appare più interessato a proteggere le lobby amiche, tra queste tutto il commercio senza distinzione tra buono o cattivo, invece che impegnarsi a ripristinare un livello accettabile di legalità nel paese (legalità che pure dovrebbe essere nel DNA di qualsiasi compagine di destra che si rispetti).

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