“I superflui” sono cittadini sconfitti in una città senz’anima

Il racconto delle contraddizioni sociali in un'affascinante Roma del secondo dopoguerra. Le stesse difficoltà incontrate dai giovani oggi che il romanzo di Dante Arfelli ha anticipato di 70 anni

Dante Arfelli si può considerare un massimo esponente del neorealismo italiano negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Uno scrittore atipico e nello stesso tempo geniale. In soli dieci giorni scrive “I superflui” un capolavoro pubblicato nel 1949, con cui vinse il Premio Venezia (l’antenato del Premio Campiello). Tradotto in tutto il mondo, divenne un caso editoriale negli Stati Uniti con oltre 800 mila copie vendute; un autore lanciato da subito nel novero dei grandi, ma destinato all’anonimato (anche per sua libera scelta) e portato nuovamente, oggi, agli onori di cronaca dalla ristampa, dopo settant’anni, della sua opera per conto della casa editrice Readerforblind.

 

Se Vittorio De Sica e Cesare Zavattini denunciavano nei loro film “i fatti qualsiasi” (l’impoverimento della media borghesia, l’assoluta povertà della classe operaia, la sofferenza dei ceti medi nella ricostruzione post bellica e l’ipocrisia della classe politica), Arfelli compie un attacco diametralmente opposto, ma ponendosi lo stesso obiettivo: la vita difficile, amara e cruda viene denunciata attraverso lo sguardo di un ragazzo che lascia il paese di provincia per approdare in città, pieno di ottimismo e speranza.

 

Nelle pagine de “I superflui”, la povertà, la sofferenza del protagonista e le sue contraddizioni, non vengono sbattute in faccia al lettore fin dalla prima pagina, ma gli vengono distillate goccia dopo goccia, in un percorso graduale, in una discesa lenta verso una vita “superflua” e non degna di essere vissuta.

La città, dunque, la Capitale, viene messa sul banco degli imputati come la prima responsabile della sconfitta dei protagonisti, spinti ai margini della società.

Difatti, la storia che Arfelli narra è la vicenda di una tentata emancipazione di un giovane ragazzo di campagna che cerca di fuggire dalla realtà di provincia: il suo desiderio è arrivare a Roma, trovare lavoro e sistemarsi. Una storia semplice, di emigrazione, come tante storie che hanno segnato il dopoguerra italiano.

Luca, il protagonista del romanzo, parte dal suo paese con tanti pensieri e poche certezze, ha una valigia e due lettere di raccomandazione, una del suo amico parroco, don Aldo, e l’altra della sezione del partito socialista. Gli unici ascensori sociali che negli anni della ricostruzione potevano garantire una sorta di lasciapassare per aspirare ad una vita diversa.

Ma “I superflui” è un libro spietato, in cui le illusioni svaniscono in un destino che non si può modificare, una storia disperata in cui si può percepire l’epilogo anche se difficile da accettare.

Tutto si apre con l’arrivo del treno in stazione, un passaggio che comunica a Luca un primo segno di grandezza:
Luca pensava che fra poco sarebbe arrivato nella città dove avrebbe cominciato una nuova vita”.

Una vita che non riusciva proprio a immaginare nel suo paese, soprattutto in un breve scambio di battute con don Aldo:

Io sto bene qui, nella mia campagna. Non la voglio tradire io”.

Ma che cosa devo fare qui? Non c’è niente…”.

 

Lasciato il treno sul binario, Luca è pronto a inseguire il suo futuro. Esce dalla stazione e viene investito dalla vita di città, dai rumori, dalle persone, dai neon luminosi dei bar sotto i porticati, dallo sferragliare dei tram. Gli pare che la vita sia tutta lì, dove l’ha sempre immaginata. Disorientato non sa dove andare, sarà così abbordato da una giovane prostituta di nome Lidia a cui chiederà indicazioni, ma la ragazza saprà solo consigliargli la pensione dove anche lei vive. Un appartamento gestito da un’anziana e avida signora, “la vecchia”. Varcata quella porta per Luca avrà inizio la sua avventura romana.

 

Lidia, la vecchia, il gatto di nome “faccetta nera” e gli altri ospiti che si alternano nell’appartamento diverranno i suoi amici e confidenti. Luca crede che sia solo una situazione temporanea, del resto ha in tasca le sue lettere di raccomandazione, crede fortemente che quello sia solo un passaggio: quanta ingenua giovinezza.

Una dopo l’altra quelle lettere si rivelano come meschine chimere: il commendatore Episcopo gli sbatte in faccia una catasta di lettere di raccomandazioni che hanno la priorità, del resto gli confessa che il suo compito da funzionario in pensione è quello sistemare le persone, ma c’è una fila da rispettare altrimenti “sarebbe un’ingiustizia verso gli altri”. E ben più pesante sarà lo schiaffo che riceverà da monsignor “Eccellenza Astorri”:

Ma perché non torna a casa? Credo che al suo paese possa trovare più facilmente… voi vi illudete quando lasciate il paese e venite in città”.

Così il giovane ragazzo in pochi giorni perde tutte le certezze che aveva, vive in una città che non conosce, alloggia in una pensione che presto non potrà più permettersi. Che fare? Qui entra in scena la scrittura di Dante Arfelli e della sua visione della società: Luca stringerà rapporti come potrà, sarà aiutato da un altro ragazzo che diverrà un suo caro amico, Luigi. Inizierà a lavorare in un cantiere, come precario, con l’accordo di essere licenziato a lavori ultimati. Il precariato inizierà a mordergli le viscere, con quei colleghi pronti a tutto pur di far bella figura di fronte al “padrone”, quella vecchia che vuole solo l’affitto, Lidia verso cui inizia a provare un affetto non corrisposto, e una città che non dà niente, se non delusioni.

Arfelli tratteggia, allora, i lineamenti di una classe sociale totalmente inesistente, oggi li potremmo classificare come invisibili, ma in quella Roma, anzi in quell’Italia, erano soltanto “superflui”. “Una cricca di sconfitti, irrimediabilmente figli dei loro anni”. Luca lotta e resiste a modo suo, vive di speranze, anche se qualcosa inizia a incrinarsi: Lidia gli parla di altri mondi, gli parla del sud America, dell’Argentina, dove tutti si possono costruire davvero una vita diversa, fuggire da Roma è il suo sogno, ha un libretto dove accumula utopie, per andare dall’altra parte del mondo dove le cose andranno sicuro meglio. Luca cercherà di convincerla che fuggire non ha senso, lui lo ha fatto senza risultati:
Voglio andar via da qua. Non voglio più saperne di questa terra maledetta”.

 

Così anche Luca si pone delle domande: e se la provincia non fosse poi così male? Se il paese in realtà nascondesse davvero uno stile di vita e delle potenzialità che devono soltanto essere scoperte?

Del resto, Luca e Lidia si scoprono felici e sereni soltanto quando escono da Roma con gli amici per fare delle scampagnate in paese. Perché in paese di fame non muore nessuno, nessuno è mai cascato a terra morto di fame, in paese un pezzo di pane si rimedia sempre: “il pane ce l’hanno anche gli animali che non lavorano e non capiscono nulla”.

 

Ma le cose iniziano a precipitare, Luigi sparisce nel nulla, Luca perde il lavoro, Alberto, un altro loro amico, si mostra soltanto interessato a Lidia più che al loro benessere.

Si ritrovano incastrati nell’appartamento della vecchia senza soldi. L’amore è ancora non corrisposto, oppure troppo imbarazzato per venir fuori. Il futuro, quello sognato, prima la Capitale, poi l’Argentina, per loro è destinato a non arrivare mai, oppure è arrivato ma è già passato senza essere mai davvero presente.

Hanno capito che la loro vita è superflua, è un anello debole in una catena arrugginita, tanto vale viverla così, passivamente. Perché il proprio destino lo può cambiare soltanto chi è in grado di cambiare il proprio carattere: “Quando uno è fatto in un modo farà sempre in quel modo. E chi è furbo e svelto agirà sempre da furbo e svelto. Questo è il destino: come siamo fatti dentro; e così non possiamo sfuggirgli”.

L’inerzia e la disillusione hanno preso il sopravvento, una forza di gravità talmente potente da spingere due giovani ragazzi all’immobilismo: guardano la città dalla finestra, senza far nulla, se non uscire per la spesa con i soldi che diminuiscono giorno dopo giorno.

 

Leggere oggi Dante Arfelli significa essere soprattutto consapevoli che alcune contraddizioni della nostra società non sono mai svanite, anzi si sono moltiplicate e amplificate. I superflui sono tutti coloro che non riescono a cambiare la propria indole, tutti coloro che non riescono ad essere camaleonti in base alle logiche del mercato, dell’arrivismo e dell’affarismo. Sono persone deboli perché è la comunità, a sua volta smarrita, che li spinge a essere deboli. A volte è meglio essere disillusi che pieni di energie e ottimismo.

La città superflua è piena di abitanti.

 

I superflui sono, per me, una categoria morale. Avevano amore per la vita, solo che questo amore veniva frustrato dalla società, di qui il senso di inutilità, per gli altri più che per sé stessi” (Dante Arfelli)

Buona lettura!!

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