“Dimission Day”: le ragioni che hanno portato alla prima crisi della giunta Raggi

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Il 23 giugno Virginia Raggi si è insediata quale nuovo Sindaco di Roma e da allora sono passati 70 giorni.

Non sono molti e non sono pochi: la velocità con la quale ormai si consumano storie, opinioni e dichiarazioni anche in politica piegano il tempo ad una nuova dimensione pubblica. E di cose ne sono successe in queste prime settimane, forse non proprio quelle che il M5S e i romani si auguravano. Le prime nomine con Daniele Frongia, appena rieletto consigliere capo di Gabinetto e Raffaele Marra – considerato troppo vicino ad Alemanno, Polverini e al centrodestra in genere – quale suo vice e vicario hanno incontrato un fuoco di sbarramento tale da costringere la Raggi a correggere, seppure parzialmente, spostando Frongia nella casella di Vice Sindaco.

Le polemiche e il dibattito sul reclutamento e i compensi deliberati per i propri collaboratori, poi, hanno sbiadito l’immagine di una delle bandiere del Movimento: selezione pubblica e contenimento dei costi della politica.

La composizione della Giunta è stata, quindi, segnata dalle perplessità espresse dai militanti pentastellati su alcune figure già impegnate in o vicine ad altre formazioni politiche, parliamo in particolare di Berdini e Bergamo, ma anche di Meleo e Marzano.

E, tutto di un fiato, il dibattito e le polemiche su rifiuti e pulizia in città (con le date entro le quali Roma si sarebbe tirata a lucido), lo streaming in Ama e i dubbi su i presunti rapporti con il vecchio monopolista Manlio Cerroni; la dialettica con i vertici di Atac e la necessità di risorse che “ballano” tra Campidoglio e azienda di trasporti; le prime incaute dichiarazioni dell’assessore Meloni sui camion bar; la ferma volontà dell’assessore Berdini di marcare una grande discontinuità con le passate decisioni urbanistiche, apparentemente anche al di là del merito delle questioni.

Due mesi e mezzo, insomma, che dovevano dare un segno al di là delle pur generiche linee programmatiche esposte in Assemblea Capitolina dalla neoeletta Sindaca.

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Il dimissionario assessore al Bilancio Marcello Minenna

 

 

Ed un segno, forse anche più di uno, c’è stato, anzi una conferma: Roma è una città complessa, difficile, governarla è un affare serio, non si improvvisa nulla. La tensione generata dalle complicazioni di una macchina amministrativa “imballata” per ragioni storiche e per la difficoltà ad adeguarsi alle nuove esigenze di un servizio pubblico efficiente e corretto, unita all’emergere di profonde differenze di vedute tra i suoi rappresentanti, in un Movimento che vuol dare di sé una rappresentazione granitica, hanno determinato il corto circuito della giornata appena vissuta.

Una giornata vissuta pericolosamente con dimissioni a raffica: la Capo di Gabinetto, l’assessore al Bilancio, il direttore generale e l’amministratore unico di Atac, l’amministratore unico di Ama (con il rischio prossimo anche del DG della stessa società). E a questo potremmo affiancare la mancanza di un titolare per la carica di Segretario Generale e del Capo Dipartimento del personale. Figure pesanti nel funzionamento quotidiano della città e nella programmazione del futuro prossimo.

Chiunque abbia a cuore Roma non può essere soddisfatto per un esito così clamoroso, neanche l’opposizione. C’è bisogno di una squadra che guidi una comunità già sfibrata per le inchieste penali e per un’incapacità dei propri gruppi dirigenti (politici, economici, sociali) di incidere positivamente sulla vita dei romani. C’è bisogno di una squadra che sappia indicare una direzione di marcia che tenga insieme quotidiano e prospettive di una città Capitale e internazionale, dove negli ultimi anni si assiste ad un pericoloso abbassamento della sensibilità alle regole, anche le più elementari.

Non è più importante il gossip di Palazzo Senatorio: la coppia Raineri-Minenna consapevole delle proprie conoscenze tecniche e convinta di poter guidare e decidere le strategie della Giunta, lo spirito di rivalsa di Berdini e Bergamo per non essere stati valorizzati a sufficienza in passate esperienze, lo stralunamento e lo spaesamento di Meloni, il sostegno di Stefàno ad una incerta Meleo, il disagio della Marzano o le ambizioni nell’ombra di Frongia; oppure ancora le aspirazioni dei vari componenti dei direttori a piegare le decisioni del Sindaco ad un pronto “incasso politico” in vista del future elezioni nazionali, quando addirittura non guidate da pure antipatie personali.

Non è importante, non ci interessa e anzi non ci crediamo proprio.

Il Sindaco deve prendersi le proprie responsabilità, non c’è spazio per cincischiare o rinviare, non c’è tempo per consultarsi con articolati livelli del proprio Movimento. Ci deve essere il confronto – nelle forme e nei modi dovuti o previsti – con la politica e con i cittadini (che sono tutti romani e non solo i militanti del M5S), ma poi vanno assunte delle decisioni, quanto più rapide e quanto più efficaci.

Altrimenti il “Noi andiamo avanti“, dichiarato oggi, potrebbe tramutarsi in un “tiriamo avanti” che Roma non può (e non vuole) più permettersi.

 

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