Storie di migranti “costretti” ad essere irregolari

I volontari di Baobab raccontano la vicenda di Usman che ha dovuto aspettare 9 mesi per l'istanza di asilo. Senza documenti l'unica possibilità è dormire in strada

A Roma vi è un gran numero di persone che vive ai margini. Più volte, anche su queste pagine, si sono sollevate denunce per la situazione di degrado della stazione Tiburtina, dei dintorni di Termini e di altre zone dove immigrati si accalcano in attesa di qualcosa che non arriva. Alcuni, i cosiddetti “migranti economici” hanno maggiori difficoltà a essere regolarizzati. Ma altri, i “richiedenti asilo” o “rifugiati politici” provenienti da paesi in guerra e luoghi dove i diritti non vengono rispettati, dovrebbero seguire un percorso più veloce. A loro dovrebbe essere riconosciuto (o negato) lo status di rifugiato in tempi ragionevoli.

Nel totale disastro burocratico della nostra città, anche questo meccanismo non funziona e un uomo che fugge dalla minaccia talebana arriva ad aspettare ben 9 mesi prima di conoscere il suo destino in Italia. Un tempo lunghissimo, durante il quale – senza l’aiuto dei volontari – avrebbe la strada come unica possibilità. La storia che Baobab Experience racconta qui di seguito dovrebbe farci riflettere sulle responsabilità di ciascuno. Delle nostre autorità in primis che costringono le persone ad essere irregolari anche se la legge li dovrebbe tutelare.

 

 

 

Usman è arrivato a Roma il 2 luglio 2021 e si è immediatamente rivolto all’Ufficio Immigrazione per presentare domanda di asilo. La legge avrebbe voluto che le autorità lo convocassero entro 72 ore così da effettuare gli esami fotosegnaletici. 72 ore.

Ad Usman quello stesso giorno viene dato appuntamento dopo 3 mesi. 3 mesi. 

Gli viene riconosciuto un posto in un centro d’accoglienza il 6 ottobre. Il che significa che dal punto di vista del nostro Paese e, in particolare, della Questura di Roma Usman avrebbe potuto tranquillamente vivere e dormire per strada, forse alla Stazione Tiburtina per venire sgomberato dal Comune una mattina d’estate ed essere sostituito da fioriere anti-uomo e altra architettura ostile, o magari alla Stazione Termini, dove Grandi Stazioni ama gettare acqua gelida a ridosso delle vetrate, così da impedire alle persone di trovare riparo. 

È un caso che Usman sia stato inserito nel Programma Baohaus di Baobab Experience, dove condivide con ragazzi della sua età un appartamento e dove ha iniziato un percorso formativo. È un caso che non gli sia toccato in sorte il marciapiede, la fame, la privazione, secondo il trattamento riservato dalla città di Roma ai richiedenti asilo. 

Il centro assegnato è uno di quei luoghi deputati all’accoglienza che somigliano più a ripostigli che a luoghi di inclusione. A Usman viene offerta una brandina nel tendone allestito nello spiazzo davanti all’edificio e il servizio di integrazione si risolve in un’ora a settimana di lingua italiana. Poco dopo, questo centro viene chiuso a causa delle proteste degli ospiti per le pessime condizioni igienico-sanitarie e il sovraffollamento. Ed Usman è uno dei fortunati, perché l’accoglienza in un centro non è affatto scontata . 

Ma Usman non vuole stare lì, sente di perdere tempo: “Sembra un campo bosniaco”, ci dice. Perché Usman ha già buttato via troppi anni della sua vita, prima sotto la minaccia talebana, poi nel viaggio verso la libertà, poi nella trappola della rotta balcanica. Ora vuole riscattarsi, riappropriarsi del proprio tempo, studiare, lavorare. Chiede di tornare in Baohaus e noi lo accogliamo a braccia aperte. È una persona meravigliosa Usman: è intelligente, curioso, generoso e ha fretta di esprimersi e realizzarsi. 

Il tempo passa. Lui non ne spreca un istante, ma i giorni e i mesi trascorrono senza che a Usman vengano riconosciuti i documenti necessari a lavorare legalmente. Secondo la legge devono passare al massimo 3 giorni (10, se ci sono molte domande da evadere) perché a Usman sia consentito di verbalizzare le dichiarazioni rilevanti ai fini del riconoscimento della protezione internazionale (c.d. verbale C3). Ma da quel 6 ottobre, passano altri 4 mesi e mezzo. 

Solo il 15 febbraio, Usman è riuscito a presentare ufficialmente domanda di protezione nel nostro Paese: sette mesi e mezzo dopo la sua prima manifestazione di volontà. Sette mesi e mezzo di nulla, in una esistenza sospesa in un limbo giuridico e bloccata dal difetto degli altri, dall’ illegittimità dei comportamenti delle autorità italiane. E ora, dovranno passare altri 60 giorni perché Usman potrà ottenere un regolare contratto di lavoro. 

Il periodo di 60 giorni che decorre dal c.d. verbale C3 è stato concepito immaginando che le tempistiche siano rispettate e, dunque, sia possibile presentare immediatamente istanza di asilo, così che, per la tutela del richiedente, se la procedura non si conclude entro 60 giorni, si ottiene il permesso di lavorare legalmente sul territorio nazionale.

Ma nel pantano capitolino, la tutela diventa una beffa, dal momento che quella finestra decorre dopo una attesa già penosamente lunga. 9 mesi e mezzo senza fonti di guadagno, in cui si è costretti a fare la fame o spinti nell’illegalità, così poi da lamentarsi del disturbo al decoro urbano, della trasandatezza sociale e della microcriminalità. 

Ecco cosa succede nella Capitale d’Italia, un unicum negativo nel panorama italiano: l’unica città dove non viene rilasciato il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo, che consente al richiedente di lavorare legalmente sul suolo italiano, dal giorno della presentazione della domanda, fino alla chiusura della procedura di riconoscimento della protezione. 

Gli irregolari siete voi. 

 

 

 

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Una risposta

  1. Un circolo di pagliacci che sembra provenire da un libro di Kafka o un film Kurosawa. Roba da non credere. La burocrazia sarà la fine di noi italiani.

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