Cultura, riaprono Galleria Borghese e Gnam. Cinema e teatri non devono soccombere alle piattaforme digitali

Da martedì porte aperte anche al Maxxi su prenotazione. Su spettacolo e sale cinematografiche ci vuole più coraggio per non disperdere un patrimonio importante

Con il nuovo decreto-legge “Rilancio” lo Stato ha stanziato cinque miliardi di euro a tutela del turismo e della cultura. Un pacchetto approvato su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.

La proposta è arrivata dopo una fase di ascolto delle rappresentanze delle diverse categorie della filiera turistica e culturale, un insieme che produce il 15% del PIL nazionale e il 9.9% del prodotto interno lordo della città di Roma.

Turismo e cultura sono i due settori maggiormente colpiti dalle conseguenze della pandemia. Il lockdown di questi mesi ha messo a dura prova la loro la tenuta, ambienti già duramente colpiti da anni di tagli e sottofinanziamenti.

La regione Lazio aveva programmato di mettere a disposizione fondi per 50 milioni di euro da destinare esclusivamente alla cultura.

Se da una parte sia fondamentale immettere liquidità in questi meccanismi, dall’altra ancora non sono stati avanzati programmi chiari per la riapertura di musei con l’eccezione di Galleria Borghese, Galleria Nazionale di Valle Giulia e Maxxi che riaprono martedì. Per teatri e cinema, in molti hanno lanciato l’appello agli artisti, affidandosi alla loro vena creativa per tracciare nuovi sentieri da seguire, come a dire “i soldi ci sono ma ancora non sappiamo come farvi ripartire”. Questa scarsa attenzione è dovuta soprattutto ad una politica che da troppi anni non tutela il suo patrimonio culturale ed essendone distante non conosce i suoi reali bisogni.

Prendiamo ad esempio la dura realtà delle sale cinematografiche, entrate da anni in una crisi ormai endemica soprattutto per la concorrenza spietata delle piattaforme digitali per lo streaming e il download.

Il comitato “tecnico scientifico” sta valutando la riapertura per teatri e cinema già nella prima o seconda settimana di giugno (si parla del 15).  La riapertura ipotizzata conterrà le consuete misure di prevenzione, come ticket digitali, controllo della temperatura in entrata e uscita, dispenser igienizzanti, ingressi contingentati, in modo da garantire il distanziamento sociale di almeno un metro tra gli spettatori. Perché questa dovrebbe essere solo un’ipotesi? Dal momento che molte attività sono già ripartite, che differenza corre tra uno spettatore in una sala cinematografica e un pendolare che deve viaggiare un’ora e mezza chiuso in un vagone di un treno, con un distanziamento ridotto rispetto a quello che si potrebbe ottenere in una sala?

Come molte decisioni prese, si è indotti a pensare che si poteva e doveva fare di più, ogni giorno di ritardo equivale a sottrarre quella poca linfa che manteneva in vita i piccoli cinema di provincia, le sale d’essai in città che fungono da importante volano economico in periferia, ma soprattutto da essenziali centri di aggregazione sociale nei quartieri.

Qualcuno potrebbe obbiettare che le sale di proiezione potrebbero accogliere troppe persone, ma non si deve dimenticare che negli ultimi anni il cinema ha subito la più grande contrazione di pubblico, un contingentamento naturale che si autoalimenta da tempo. Non tutelare realmente questi spazi significherebbe offrire il fianco per l’ultimo colpo che porteranno a segno in un batter d’occhio le multinazionali dello streaming.

Lunedì scorso, in diretta nazionale, durante l’assegnazione dei David di Donatello, il ministro Franceschini ha ribadito “Mi sto impegnando 24 ore al giorno per il cinema”, ricordando l’attenzione verso “Gli ammortizzatori sociali per tutto il mondo dello spettacolo, ammortizzatori che non c’erano, perché non vogliamo lasciare indietro nessuno”, mentre sulle riaperture ha sottolineato “Abbiamo davanti l’estate, le piazze sono grandi arene in cui le misure di sicurezza sono più facili da applicare”.

Chiedere di allestire proiezioni all’aperto in stile Drive in è solo una simpatica e polverosa trovata che alimenterebbe un’economia di nicchia senza entrare nel merito del problema. La suggestione è che si stia entrando in una fase politica in cui lo Stato ceda, senza troppi imbarazzi, le libertà degli individui piegando la propria politica alla paura del contagio, mentre dopo i duri sacrifici, come è già stato sottolineato a più riprese sulla stampa nazionale, si dovrebbe convivere con il Covid-19: questo non significherebbe limitarsi a trasmettere i dati giornalieri della Protezione Civile come un bollettino di guerra, ma lanciare l’idea che, nonostante tutte le misure di prevenzione, si possa comunque contrarre il virus e in tal caso affidarsi senza timori alle cure mediche e al sistema sanitario nazionale.

Se un giorno dovesse sparire la sala Azzurro Scipioni, a Roma, realizzata dal visionario regista Silvano Agosti, dopo che gli apparve in sogno Charlie Chaplin, chi si assumerebbe l’onere di spiegare perché sia potuto accadere?

Quali saranno le scusanti sulla possibile chiusura del Cinema Farnese (tra i più antichi cinema della Capitale)?

Sempre a Roma, se dovesse chiudere il Cinema Delle Provincie, il famosissimo “Pidocchietto” (stravolgendo per sempre la storia del quartiere di Piazza Bologna), costruito dall’architetto Clemente Busiri Vici nel 1934, le istituzioni dovranno spiegare che nell’era del Coronavirus la collettività è stata costretta a perdere dei monumenti della città, salvando però le produzioni, le trasmissioni dei film in formato digitale, nel nome della tecnologia e della prevenzione.

Dunque, buone le iniziative intraprese dal ministro Franceschini (di cui sono disponibili delle slide esemplificative sul sito del Ministero per quanto riguarda il nuovo pacchetto di finanziamenti), al quale si chiede però maggior coraggio, perché il cinema non è solo di chi lo produce e lo interpreta, non è neanche di chi lo guarda, ma è soprattutto di chi lo custodisce e lo salvaguarda da sempre, nelle piccole e dimenticate sale cinematografiche, affrontando crisi, tagli e indifferenza, individui coraggiosi che hanno messo la propria vita al servizio dell’arte. Alcune sale, non sono spazi vuoti da poter rimpiazzare con altre attività commerciali, sono monumenti da tutelare al pari di grandi opere artistiche.

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