Trump, l’Oms, la Fao e perché tutto questo può avere ripercussioni sull’Italia e Roma

Dalla sede Fao del Circo Massimo parte l'allarme: servono fondi per evitare la crisi. L'Italia potrebbe dover accogliere migliaia di profughi

TRUMP E L’OMS.  Nella notte tra il 14 e 15 aprile, Donald Trump ha comunicato l’intenzione di sospendere i finanziamenti USA all’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusata dal presidente degli Stati Uniti di non aver fornito informazioni tempestive sull’evoluzione dell’epidemia da Coronavirus. All’OMS potrebbe venire a mancare una cifra che si aggira attorno ai 550 mila dollari annui, che poneva gli Stati Uniti tra i maggiori finanziatori.

Decisione che ha sollevato non poche polemiche. Bill Gates, che ha lasciato la dirigenza Microsoft per dedicarsi alle sue attività filantropiche, fra cui la lotta al Covid-19, ha replicato con un Tweet che “interrompere il finanziamento all’Oms durante una crisi sanitaria mondiale è pericoloso e che il mondo ha bisogno dell’Oms come non mai”.

Se ci limitiamo alla crisi del Coronavirus, Trump non sembra avere tutti i torti. L’Oms ha fatto una grande confusione e se oggi ci troviamo in una situazione così difficile, la responsabilità è anche sua. Il 14 gennaio, in un comunicato ufficiale, scriveva che “non ci sono prove chiare che il Coronavirus sia trasmesso da persona a persona” (!!).  Era stata la Cina a fare un’affermazione così grave e superficiale e l’Oms l’aveva ripetuta senza alcuna verifica. Quando, sette giorni dopo Pechino spiegava la vera natura del virus, l’Oms ha atteso un’altra settimana prima di dichiarare l’emergenza. Ma non basta.

Come tutti sanno, l’Oms aveva diramato linee guida del tutto sbagliate, secondo le quali i tamponi andavano effettuati solo a pazienti con almeno tre sintomi. Il governo italiano (in maniera davvero improvvida) si adeguò a quelle linee guida (perché il prof. Ricciardi è membro dell’Oms ed è lui a consigliare il ministro Speranza), salvo poi smentirle un mese dopo quando la stessa Oms ha cambiato linea: “test, test, test”, disse il suo direttore generale, il dottor Ghebreyesus. E’ proprio lui il maggiore responsabile di questo caos. Etiope, è stato ministro nel governo Zenawi, una specie di dittatura che vinse con brogli e annientò l’opposizione con la violenza. 

E’ salito al vertice dell’Oms solo grazie agli aiuti cinesi i quali hanno investito miliardi di dollari in Etiopia e dettano legge in quel Paese, di cui detengono la metà del debito pubblico. La Cina ha raddoppiato i suoi finanziamenti all’Oms dopo la nomina di Ghebreyesus, il quale ha ringraziato Pechino con una gestione a dir poco scandalosa della crisi Coronavirus.

Il gesto di Trump, insomma, è giustificato dall’assurdo comportamento dell’Organizzazione ma potrebbe avere conseguenze gravi su altri fronti. La parte che segue dell’articolo è stata scritta dal collega Simone Guido che ha messo in evidenza gli effetti di una mancata collaborazione con la Fao in termini di migrazione.
Filippo Guardascione

 

LE CARESTIE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS. La scelta di tagliare i fondi arriva nella settimana in cui Domenique Burgeon, Direttore della Divisione Emergenze e Resilienza della FAO, aveva annunciato in un’intervista un piano di sostegno alla “sicurezza alimentare” a favore delle popolazioni a rischio.

Piano che non si potrebbe attuare senza il supporto dell’OMS. Lo stesso Burgeon sottolineava come, ancor prima delle decisioni del presidente Trump, rallentare o ridurre l’assistenza umanitaria potrebbe rivelarsi una catastrofe. Questo perché l’emergenza da Coronavirus sta covando una seconda emergenza, una crisi che colpirà tutti i continenti e riguarderà più da vicino 100 milioni di persone; comunità povere già indebolite dalla fame e impreparate ad affrontare la pandemia.

Le comunità osservate dalla divisione di Burgeon vivono e sopravvivono di lavori stagionali, ammalarsi di Covid-19 significherebbe abbandonare le proprie terre, la cura del bestiame, rinunciare alle attività di caccia e pesca, con il risultato di consumare tutti gli approvvigionamenti e le sementi messe da parte.

Parliamo quindi di una grande carestia che si sta alimentando silenziosamente e che busserà presto alle nostre porte: molte di queste persone finiranno per vendere i mezzi di sussistenza e i capi di bestiame, e non riacquisteranno più la propria autosufficienza. Arrivati a questo stato, la soluzione potrebbe essere quella di abbandonare le proprie fattorie in cerca di aiuto, determinando uno spostamento di persone significativo.

Dati che si vanno a sommare a quelli già denunciati dalle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), che stima in tutto il mondo già 70 milioni di migranti forzati, sfollati per conflitti armati, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, cambiamenti climatici e altro.

Ricorda Burgeon che la comunità internazionale ricevette già una significativa lezione dall’epidemia di Ebola, dove migliaia di persone, in attesa di aiuti umanitari, iniziarono a muoversi tra uno Stato e l’altro in cerca di aiuto.

Attualmente è in corso una grave carestia che coinvolge 12 milioni di persone, tra Etiopia, Kenya e Somalia, dovuta alla prolungata siccità e all’invasione delle locuste che ha distrutto i pochi raccolti che erano sopravvissuti. Se il Coronavirus dovesse diffondersi in queste aree, il danno causato sarebbe incalcolabile.

Altri osservati speciali sono la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan. Segue l’Afghanistan, la Siria, il Myanmar, Haiti, tutti paesi dove conflitti e calamità naturali hanno messo già in ginocchio le rispettive popolazioni.

Il lavoro della FAO dunque sarà quello di monitorare l’evoluzione del virus in queste zone per impedire che le persone subiscano un “nuovo shock”. Il timore, infatti, è che il virus possa innescare “una crisi nella crisi”, un circolo vizioso dove l’emergenza sanitaria potrebbe aggravarsi a causa di quella alimentare.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme il 25 marzo, accogliendo i timori della FAO, ottenendo 100 milioni di dollari dai donatori. Una cifra irrisoria se pensiamo che le popolazioni osservate arrivano a quasi 120 milioni di abitanti, ma è solo un primo passo che servirà al momento a finanziare i piccoli agricoltori e i pastori nella speranza di rilanciare le loro attività.

L’obiettivo, infatti, è quello di garantire alle famiglie di generare reddito e autofinanziare le proprie comunità. Nelle realtà più difficili si cercherà invece di immettere denaro contante “in modo da poter soddisfare le primarie necessità senza dover vendere i loro beni”.

È dunque una fase delicata di prevenzione, dove la FAO collaborerà con l’OMS come già nel 2014 di fronte all’emergenza dell’Ebola.

Chiedere uno sforzo internazionale ai paesi duramente colpiti dal Coronavirus non è semplice. Solo tra Italia e Stati Uniti si contano 50 mila deceduti e una contrazione economica senza precedenti. Ma in questo momento tagliare i fondi alle organizzazioni è un duro colpo alla prevenzione di crisi future. Perché se da una parte l’aspetto prettamente ospedaliero e farmacologico resta primario, dall’altra non si può minimizzare quello umanitario: alla fine della crisi sanitaria ci saranno altre congiunture ancora più gravi che potrebbero sfociare in tensioni e disordini sociali.

LE CONSEGUENZE IN ITALIA E A ROMA. A gennaio il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, aveva denunciato come in Libia vi fossero 600 mila profughi chiusi nei campi illegali e altre migliaia che nello stesso tempo spingevano a sud lungo i confini di Nigeria e Niger. Grecia e Turchia non riescono più ad accogliere nuovi profughi da est e i loro campi sono già al limite dell’accoglienza. Realtà che il Coronavirus potrebbe far degenerare da un momento all’altro e che l’Italia non può ignorare vista la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Monitorare questi flussi migratori dovrebbe rientrare tra le priorità del governo per tutelare i cittadini da possibili nuovi contagi di ritorno che le stesse organizzazioni umanitarie hanno dato come possibili.

Roma, che da sola ospita il 10,8% di tutti i migranti a livello nazionale, potrebbe essere chiamata ad accoglierne altri in condizioni disperate. Noi siamo per l’accoglienza e riteniamo che le diversità culturali siano una grande ricchezza. Ma occorre essere consapevoli che le questioni internazionali possono toccarci molto più da vicino di quanto non immaginiamo.

 

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