Sulle bancarelle Cafarotti diventa saggio. E speriamo non cambi idea

 

Meglio tardi che mai. Carlo Cafarotti sembra aver imboccato una strada diversa rispetto alla prima parte del suo mandato.

Su piazza Navona diceva di rimpiangere la “porchetta e la romanella“, difendeva i Tredicine e sposava un bando, voluto dal suo compagno di partito Andrea Coia, che ha devastato la festa della Befana. Poi finalmente ha cambiato idea e adesso è deciso a ritirare quel bando e rifare tutto da capo.

Sui cartelloni pubblicitari, sosteneva che la riforma varata dalla giunta Marino era sbagliata e vagheggiava contro-riforme che avrebbero portato solo al mantenimento dello status quo per sempre. Ma anche qui sembra aver fatto macchina indietro e ora è orientato a portare avanti il Prip approvato nel 2014 (ci torneremo perché ci sono importanti novità).

Sulle bancarelle era arrivato all’apoteosi nel maggio 2019, quando chiese il ritiro della delibera che prevedeva gli spostamenti di alcuni ambulanti. “Io sono un assessore che deve creare lavoro, non toglierlo“, disse in una improvvisata riunione in mezzo alla strada circondato da bancarellari. Si spinse fino a chiamare Luigi Di Maio e altri parlamentari cinquestelle perché appoggiassero la sua decisione di non toccare neanche un banco. E anche su questo, finalmente, pare aver capito che le cose stanno diversamente.

In un lungo colloquio con il Corriere della Sera, l’assessore alle Attività Produttive, ha detto che dal primo febbraio gli ambulanti di piazza Vittorio e di via Cola di Rienzo dovranno sloggiare. Ma non basta: ha spiegato che il proliferare di bancarelle sta uccidendo i negozi tradizionali. Insomma una giravolta a 360 gradi che è molto gradita soprattutto da chi ripete questi concetti inascoltato da anni.

Vediamo allora cosa ha dichiarato Cafarotti, riprendendo alcuni stralci dell’intervista rilasciata a Lilli Garrone: ” Il riordino non è relativo a una sola categoria, agli urtisti, ma a tutti. Riordino dettato anche da un discorso economico che riguarda tutti i tipi di vendita. I dati delle imprese del commercio ambulante iscritte alla Camera di Commercio dimostrano una crescita incredibile mentre dall’altro le saracinesche dei negozi chiudono“.

Soffermiamoci allora sui dati riportati dall’assessore: nel 2010 gli ambulanti al dettaglio con licenza per la vendita di prodotti vari erano 1.830. Oggi sono 5.120. In sostanza in meno di 10 anni sono quasi triplicati.  Inoltre le bancarelle che vendono abbigliamento e articoli per la casa sono passate da 2.600 a 3.400. Una crescita che Cafarotti definisce “un’esplosione” e che a noi suona del tutto ovvia perché frutto della scellerata politica dalle licenze facili della giunta Alemanno. Mai finiremo di pagare per i disastri di quella amministrazione e tra i tanti il capitolo ambulantato è tra i primi.

Eravamo in pochi all’epoca a denunciare lo scandalo delle licenze che l’assessore Bordoni rilasciava con grande generosità: a poche settimane dalle elezioni del 2013, concesse l’ultima mancetta pre-elettorale dando seguito ad una sua delibera del 2011 con il rilascio di 50 licenze per bancarelle enormi, da 14 metri quadri ciascuna, in zona Centro e Prati. Ed era solo l’ultimo atto di una gestione scellerata dell’ambulantato (basti ricordare cosa erano i marciapiedi di Termini in quegli anni, liberati poi per l’impegno di Marta Leonori durante la giunta Marino).

La stazione Termini fino al 2015

 

Insomma il numero di licenze è lievitato senza controllo e per l’assegnazione delle postazioni è poi emerso un mercato nero fatto di corruzione e mazzette sul quale pende ancora un’inchiesta della magistratura. Ecco perché ci sembrava folle la presa di posizione dei 5stelle e di Cafarotti, tutta schierata a favore di quel settore che rappresenta a Roma un bubbone infetto, con un numero abnorme di banchi e una illegalità diffusa.

Ma per fortuna adesso le cose sembrano cambiare tanto è vero che l’assessore ha detto al Corriere: “Dobbiamo riequilibrare il commercio in area pubblica con quello in sede fissa. Altrimenti va a detrimento della qualità di tutto il commercio romano“. E  ancora sulle proteste degli urtisti spostati che impallavano i più bei monumenti romani: “C’è anche un altro interesse: quello dei quattro milioni di romani silenziosi , oltre ai turisti, che oggi finalmente vedono la Fontana o il colonnato del Pantheon liberi. Sul piatto della bilancia va quindi messo l’aspetto culturale di fruizione dei monumenti a parte l’interesse economico dei singoli“.

Finalmente parole di buon senso e ragionamenti che fanno l’interesse dell’intera città e di non poche decine di famiglie che tendono solo a difendere il proprio orticello. Un bravo amministratore deve sapere soppesare le ragioni di tutti e poi tirare le somme senza dimenticare che il faro principale è l’interesse collettivo.

 

 

In questo caso, siamo di fronte a migliaia di negozi che chiudono ogni anno schiacciati dai grandi centri commerciali, dall’e-commerce e dalla concorrenza sleale di chi piazza un banco di fronte le vetrine e vende prodotti a prezzi più bassi perché non ha da pagare affitti, stipendi, tasse, contributi. Oltre ad utilizzare una filiera spesso poco trasparente, con manodopera minorile e sostanze tossiche. Questo è “dumping” e un Comune che si rispetti non può tollerarlo, deve contrastare il fenomeno.

Se Cafarotti manterrà fede a quanto dichiarato in questa intervista, saremo i primi a riconoscergli i meriti e ad ammettere che ha avuto il coraggio di smentire se stesso e prendere una strada migliore. Segno di grande maturità e umiltà.

 

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Una risposta

  1. Se queste cose le avessero dette e attuate fin dall’inizio oggi avrebbero cittadini più contenti e più voti. Ben venga la giravolta, per il bene di Roma.

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