Senzatetto: gli invisibili che lottano per vivere e per un bagno

Il loro numero aumenta costantemente ma nessuno pensa alle esigenze più basilari dei tanti emarginati. Le associazioni caritatevoli sempre più in difficoltà

Oggi, domenica 15 novembre, ricorre la IV giornata mondiale dei poveri. Un’occasione fortemente voluta da papa Francesco per ricordare tutte le persone in difficoltà ma soprattutto tutte le associazioni e i volontari che dedicano gran parte delle loro energie a rendere la vita dei più bisognosi meno difficile.

In Italia, secondo le proiezioni dell’Istat (2019), la povertà assoluta coinvolge il 6,4% delle famiglie e la povertà relativa l’11,4%. Dati che nel 2020 tenderanno ad aggravarsi vista la difficile situazione economica innescata dalla pandemia.

Siamo tornati più volte sulla questione della povertà soprattutto per quel che concerne la città di Roma. Abbiamo segnalato le precarie condizioni delle famiglie “equilibriste” che cercano di non cadere nella povertà assoluta e abbiamo rimarcato la difficile situazione dei senza tetto, che nella capitale fanno registrare una presenza di ben 8 mila persone.

Proprio sui senza tetto oggi vogliamo portare nuovamente l’attenzione dei lettori.

Dormono avvolti in cartoni e coperte, pieni di buste di plastica dove conservano ciò che resta del loro passato e del loro presente, alcuni sono lucidi e osservano il trascorrere del tempo in attesa che accada qualcosa, altri si abbandonano ai fumi dell’alcol per non sentire il dolore della loro quotidianità, e poi c’è chi ha scelto volontariamente questa vita.

Sul fatto di come siano “persone”, con una loro dignità perennemente messa in discussione, sono state riempite migliaia e migliaia di pagine di sociologia, storia e cronaca.

Ma proprio per questo ci sono associazioni che si dedicano giorno e notte alla loro assistenza, alle loro cure, nel tentativo di rendere la vita meno dolorosa. Associazioni messe però allo stremo dalla pandemia. Negli ultimi mesi non sono riuscite a coprire tutte le richieste di aiuto, con il risultato che, con il venir meno di questi avamposti, i senza tetto hanno iniziato a vagare per la città, abbandonando i luoghi dove prima si sentivano più accuditi, lasciano dunque zone come le stazioni ferroviarie (Roma Termini, Roma Tuscolana) ricercando aree dove poter dormire. Lungo le sponde del Tevere, all’interno di parchi pubblici, a ridosso delle vetrine dei negozi. La totale assenza di turismo, poi, alimenta la carenza della carità e dunque un aumento vertiginoso dell’impossibilità di approvvigionarsi del cibo.

Queste migrazioni interne hanno un impatto sulla città di notevole portata. Un fenomeno che nessuno vuole analizzare e contrastare per davvero. Non si parla solamente di vedere piccoli accampamenti anche nei luoghi centrali di Roma. Venendo meno i poli di assistenza per via della loro saturità, vengono meno i servizi essenziali alla persona, primo fra tutti la pulizia e l’igiene, elementi fondamentali di integrazione sociale.

Superando per un istante la repulsione che molte persone provano nel vedere gli accampamenti per strada, qualcuno, soprattutto all’interno dell’amministrazione, si è mai posta la domanda, di dove, venendo meno la possibilità di usufruire di un bagno, queste persone dovessero espletare le loro necessità fisiologiche?

La risposta la conoscono solo i volontari delle associazioni e dei comitati di quartiere, che prendendosi cura del verde pubblico incontrano vere e proprie latrine a cielo aperto.

Quelle che mostriamo di seguito sono le foto inviateci dai volontari impegnati nel decoro e nella pulizia della città.

 

Questi luoghi andrebbero bonificati con le giuste precauzioni da ditte specializzate e inviate dal Comune.

È un problema importante nella Capitale, destinato a non risolversi in poco tempo. Servirebbe, dunque, predisporre quanto prima un sistema di bagni pubblici, anche chimici, a supporto dei senza tetto e dei cittadini che non possono vivere scene di questo tipo.

 

I bagni chimici non potranno mai essere una soluzione definitiva, ma almeno ridurrebbero drasticamente l’impatto di degrado.

La città sta pagando la mancanza di strutture di accoglienza straordinarie che avrebbero dovuto coadiuvare quelle messe in difficoltà dal coronavirus e risente della mancata programmazione di contrasto all’emergenza dei senza tetto, che già dai primi mesi della pandemia era stata segnalata.

Con l’arrivo del freddo il sistema assistenziale sarà messo ancora di più a dura prova e le migrazioni e gli accampamenti in nuovi siti aumenteranno notevolmente.

Non intervenire avrebbe delle conseguenze enormi, sia da un punto di vista sanitario sia dal punto di vista sociale. Le persone che vivono per strada già sono recluse ai margini della società, che tipo di integrazione ci potrà mai essere se a dividerci da loro ci sarà sempre e solo livore, fomentato da un degrado duro da accettare?

 

P.s: le foto sono state scattate all’interno del parcheggio incompiuto di Lungotevere Arnaldo da Brescia, un problema irrisolto che va avanti da ben 12 anni. I volontari segnalano che nelle ultime settimane i senza tetto si sono insediati all’interno dell’area recintata, alcuni invece si stanno spostando in direzione Valle Giulia. L’amministrazione in questo caso ha ben pensato di creare una micro-pista ciclabile sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, senza toccare minimamente il problema del vagabondaggio.

 

Recinzioni e barriere lungo i cantieri del PUP

 

Ciclabile Lungotevere Arnaldo da Brescia

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