Se bruciasse la città: il nuovo romanzo di Smeriglio su una Roma senza identità

L'europarlamentare descrive la vita di giovani di periferia che si sentono forestieri nella capitale. La distanza sociale tra il centro e le borgate si accompagna al piccolo crimine, unica possibilità per i protagonisti

La periferia romana ha goduto e continua a godere di un grande interesse da parte di registi e scrittori. Negli ultimi anni molte sono state le opere che hanno cercato di tratteggiare i segni di un contesto metropolitano difficile da etichettare.

Massimiliano Smeriglio, politico di lungo corso nonché prolifico scrittore di romanzi, con il suo nuovo libro “Se bruciasse la città” (Giulio Perrone editore) cerca di apportare una novità in questo variegato puzzle, traendo un’ispirazione, a volte non troppo velata, da un plot ormai consolidato sulla lotta al potere nella Capitale: basti pensare a Suburra o Romanzo criminale, solo per citare le opere più riuscite (invece, quello di Tommaso Giagni, resta, a nostro avviso, il romanzo più interessante sulla periferia romana).

 

Il lavoro di Smeriglio si pone dunque come un nuovo tassello letterario nella costruzione delle dinamiche sociali della periferia.

Infatti, in questo romanzo non ci sono eroi o antieroi, non esiste una trama che lascia percepire un lieto fine e neppure una sorta di quel riscatto che si percepisce nelle prime pagine. Smeriglio porta il lettore nelle pieghe della piccola e grande criminalità della capitale, senza investigatori e commissari ma solo grazie ai protagonisti, giovani e vecchi malavitosi nella Roma più disperata.

 

Un gruppo di ragazzi di borgata, dediti a piccole attività criminali di strada, cercano la svolta nella loro vita. Non hanno grandi ambizioni, non desiderano fuggire, non vogliono emanciparsi, non puntano a nessuna scalata sociale, l’unica cosa che desiderano è aumentare i propri affari al confine tra legalità e illegalità; vogliono conquistare e dominare la borgata, la loro vera città, il west da dominare come i cercatori d’oro lungo una consolare oltre il Grande Raccordo Anulare. Nella loro quotidianità escono pochissime volte dalla borgata. Il centro di Roma è qualcosa che non conoscono, non hanno mai visto la città di giorno. Un’ignoranza che suscita rabbia e tenerezza. Il loro non conoscere si ripercuote ad ogni latitudine, anche per quello che concerne la stessa storia della borgata. Infatti, a scompigliare i piani di questi ragazzi, sarà l’arrivo di Roberto, un ex criminale di lungo corso uscito di galera dopo aver scontato un’annosa condanna. Roberto è un uomo finito, ormai non si aspetta più nulla dalla sua vita, se non capire chi lo ha tradito, lasciandolo in prigione per vent’anni. Vaga per una borgata che non riconosce più, dalle strade alle macchine. Vent’anni di prigione cambiano tutto, il mondo esterno e quello interno, personale e intimo.

Roberto incrocerà sul suo cammino il gruppo di ragazzi e ne verrà fuori una vera e propria guerra, perché i giovani di borgata quello che ignoravano era soprattutto la storia della criminalità, quella vera, fatta di interessi ad alti livelli, di compromessi e camuffamenti.

 

Roma è una torta da spartire fino all’ultimo centimetro, tutto è un giro di affari, anche le baraccopoli e le aree più povere. Tutto è economia. In questo grande contenitore sono comprese le istituzioni che praticamente non esistono, o meglio sono solo degli ingranaggi di un sistema malavitoso che si è perfezionato nel tempo.

Roma non viene mai citata direttamente, non conosciamo infatti il nome della borgata e neppure quelli di molti quartieri in cui si svolge la storia. La città appare più come uno stato mentale, la si percepisce nel dialetto – godibile e per nulla artificioso -, nei modi, nel frapporre centro e periferia, in quel divario che non si riesce mai a sanare:

“Per noi la città è lontanissima e quando decidiamo di andare, andiamo per bussare a bastoni. Per arrivare in centro tocca fare venticinque chilometri e di sabato sera ci vuole un mare di tempo in macchina. Quando diciamo da dove veniamo ci guardano strani, nessuno conosce il nome della borgata, questa cosa ci fa incazzare ancora di più.”

 

Nell’ignoranza generale anche dei nomi di quartiere Smeriglio lascia metabolizzare al lettore tutta la distanza sociale che esiste a Roma, e non solo quella territoriale (25 chilometri tra centro e periferia!).

Non conoscere il nome della borgata equivale ad etichettare tutti i cittadini come forestieri nella propria città: è forestiero chi abita in centro, è forestiero chi viene dalla periferia, è forestiero chi esce dal carcere e non sa più orientarsi, e sono forestiere le istituzioni che non controllano il territorio e non sanano i divari sempre più ampi. Di chi è Roma dunque? Chi sono i romani?

In questo quadro sfocato dove non si percepiscono contorni e argini, tutto è pronto ad esplodere: il dolore separa, la rabbia rimette assieme.

 

Nell’affermazione di un ragazzo “quando decidiamo di andare in città” è celata la fragilità del territorio. Roma ospita delle roccaforti.

Il romanzo difatti lascia un’unica certezza: la Capitale è una città senza nome, senza apparente storia, un formicaio di giorno, per i pendolari, e di notte per la piccola e grande criminalità.

E per questo, dunque, come è avvenuto con il Ponte di Ferro, ad esempio, che se bruciasse la città per davvero nessuno riuscirebbe a capirne i motivi, le cause e le conseguenze. Se a Roma, come nel romanzo, ad un certo punto scoppiasse una guerra, rintracciare i responsabili sarebbe un lavoro davvero arduo.

 

“Che poi vista da qui, al tramonto, con lo scirocco che tiene a bada la puzza, le luci in lontananza, i rumori in sottofondo, con tutti questi campi e l’attesa delle volpi, la città appare bellissima”.

 

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