Roma con i poteri di una Regione. Un regalo per il 2022?

La capitale merita uno statuto speciale. Se ne discute da 30 anni con scarsi risultati. Forse il nuovo anno potrebbe segnare la svolta. I tentativi di riforma dal '90 ad oggi

Ospitiamo con piacere l’intervento sui tentativi di introdurre una legge per Roma Capitale di Andrea Ambrogetti, politologo e scrittore. Quasi tutte le grandi città europee godono di uno statuto speciale e di poteri particolari che permettono di far fronte alle tante incombenze di una capitale. Roma, invece, tranne qualche scarno intervento dello Stato, tira avanti come se fosse un comune qualsiasi. Da anni si discutono proposte di riforma che non sono mai andate veramente in porto. Ambrogetti si augura che il nuovo anno possa portare un vero regalo alla nostra città e avanza alcune ipotesi concrete. 

I nostri auguri per il 2022 ad Andrea Ambrogetti, ai lettori di diarioromano e soprattutto all’amata Roma che merita un futuro migliore. 

 

 

di Andrea Ambrogetti¹

Ma cosa può dire un cittadino intento a riflettere sulla riforma di Roma Capitale uno degli ultimi giorni del 2021,  chiuso in casa anche con la terza dose fatta perché la pandemia ci assedia? Che potrebbe essere un bellissimo regalo a tutti gli italiani da parte del Parlamento, visto che Roma è la capitale della Repubblica. Ma chi crede ai regali?

 

Nella Costituzione del 1948 c’era un riferimento alle autonomie, comprese le future regioni, ma non alla capitale. Nel corso dei decenni si sono però verificati alcuni eventi eccezionali che hanno riportato Roma al centro dell’attenzione e consentito alcuni “interventi straordinari”.

 

Nel 1960 le Olimpiadi, nel 1961 i cento anni dell’Unità d’Italia, nel 1970 i cento anni di Roma capitale, nel 1990 i campionati mondiali di calcio, che furono veramente speciali perché contribuirono all’approvazione della prima legge per Roma Capitale (L. 396/1990). Sono riconosciuti di “preminente interesse nazionale gli interventi funzionali all’assolvimento da parte della città di Roma del ruolo di capitale della Repubblica”: si parla di Sdo, Appia Antica, fiumi Tevere e Aniene, cessioni di caserme, nuova sede liceo Chateaubriand. Nel 2000 l’appuntamento del grande Giubileo porta finanziamenti e nuove infrastrutture.

 

Nel 2001 il Parlamento approva la più ampia modifica della Costituzione dal 1948 riscrivendo il Titolo V all’interno del quale, finalmente, viene riconosciuta esplicitamente all’art. 114 “Roma Capitale della Repubblica”, rinviando alla legge statale la disciplina del suo ordinamento.

 

Nel 2004 il nuovo statuto della Regione Lazio afferma all’articolo 5 che: “La Regione contribuisce a valorizzare Roma, capitale della Repubblica” impegnandosi a promuovere “la destinazione, anche da parte dello stato, di risorse aggiuntive nonché l’effettuazione di interventi speciali”.

 

Nel 2009, grazie a un accordo tra il sindaco Alemanno e il premier Berlusconi, nato anche per arginare la frenesia leghista, nella legge delega per il federalismo fiscale (legge 42/2009) all’art. 24 viene stabilito un “Ordinamento transitorio di Roma capitale ai sensi dell’articolo 114, terzo comma, della Costituzione” in cui appare la prima definizione di “speciale autonomia”: “Roma capitale è un ente territoriale, i cui attuali confini sono quelli del Comune  di  Roma,  e  dispone  di  speciale  autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria, nei limiti stabiliti dalla Costituzione.”

 

Nel 2010 viene approvato un decreto legislativo (n. 156/2010) che dà attuazione all’articolo 24 della legge del 2009 in materia di ordinamento “transitorio” di Roma Capitale: l’assemblea capitolina prende il posto del consiglio comunale.

 

Nel 2012 e nel 2013 due decreti legislativi (n. 61/2012 e n.51/2013) conferiscono a Roma diverse funzioni in materia di ambiente, turismo, trasporti, traffico, protezione civile, beni culturali e il potere al sindaco di Roma di emettere ordinanze per emergenze connesse al traffico, alla mobilità e all’inquinamento atmosferico o acustico.

 

Nel 2013 viene approvato il Nuovo Statuto di Roma Capitale che ridisegna il decentramento municipale e il passaggio da 19 a 15 municipi.

 

Nel 2014 si arriva all’approvazione della famosa legge Delrio (n. 56/2014) che trasforma le province in enti di secondo livello in vista della loro abrogazione, che però non avviene perché il referendum costituzionale del 2016 viene respinto. Nasce intanto la Città metropolitana di Roma (cioè la ex provincia omonima) che nel proprio statuto si propone di valorizzare il ruolo della capitale e di riconoscere ai municipi lo stesso valore degli altri comuni (“zone di autonomia speciale”). Attuazione non pervenuta.

 

Nel 2016 il neopresidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti invita il Comune di Roma a un confronto su alcune funzioni che la Regione Lazio è pronta a cedere al Campidoglio. Nessun seguito per il manifesto disinteresse della sindaca Raggi.

 

Nel 2017 il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda istituisce “Sviluppo Capitale”, tavolo speciale per Roma al Ministero dello sviluppo economico che prevede in totale 30 interventi. Nessun seguito per il manifesto disinteresse della sindaca Raggi.

 

Nel settembre 2019, parlando alla Camera dei Deputati in occasione del voto di fiducia al suo secondo governo, il premier Giuseppe Conte dedica un passaggio alla capitale: “Lo statuto di Roma Capitale dovrà essere profondamene riformato, perché sia più aderente al ruolo che la città riveste, anche in quanto sede delle massime istituzioni della Repubblica”.

 

E ora? La cronaca degli ultimi mesi riporta un intenso dibattito in corso in Parlamento e presso il Dipartimento affari regionali della Presidenza del Consiglio. Le opzioni sul campo sono molteplici e, per la prima volta, depositate nere su bianco come proposte di legge. In piena pandemia, tra incontri in presenza e altri su zoom, la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha svolto un intenso e interessante ciclo di audizioni con docenti ed esponenti vari.

 

Una possibilità è la modifica del testo costituzionale istituendo Roma come la ventunesima regione ma occorrono quattro votazioni tra Camera e Senato e, soprattutto, decidere se ne farebbe parte il solo Comune di Roma oppure altri confinanti, rendendo l’iter molto più lungo dovendo ogni volta procedere a deliberazione del consiglio comunale e referendum ad hoc.

 

Con legge ordinaria si potrebbe, invece, arrivare a una specie di fusione tra attuale Comune di Roma e attuale Comunità metropolitana di Roma, ottenendo così una quasi equiparazione dei municipi agli altri comuni che, però, sono 120. Il Campidoglio diventerebbe la cabina di regia di un territorio che va da Civitavecchia ad Anzio. Temo che gli svantaggi siano superiori ai vantaggi.

 

Sempre con legge ordinaria si potrebbe percorrere una strada che risponda anche alle esigenze delle uniche altre due grandi metropoli italiane, Milano e Napoli, e istituire tre “comuni autonomi” (sul modello di Amburgo e Berlino in Germania) ai quali devolvere gran parte delle funzioni ora svolte dalle rispettive regioni.

 

C’è il precedente dell’istituzione della Regione Molise che nel 1963, con legge costituzionale, fu separata dall’Abruzzo, una volta presa la decisione, con relativa facilità. Se la nuova regione coincidesse con la sola città di Roma varrebbe la pena percorrere questa strada. Altrimenti l’idea dei tre comuni “autonomi” mi sembra quella più convincente.

 

A legislazione invariata, cioè senza l’intervento del Parlamento, già ora la Regione Lazio e Roma Capitale potrebbero decidere di realizzare una doppia devolution, anche perché il Titolo V prevede la possibilità di forme di autonomia differenziata. La Regione cambierebbe il suo statuto decidendo di devolvere alcune funzioni, poteri e risorse al Campidoglio e il Comune di Roma farebbe lo stesso verso i 15 municipi.

 

Ci sono, infine, molte altre questioni che al livello nazionale attendono di essere definite, dalla riforma della riforma Delrio, stabilendo una volta per tutte il destino delle province, alla riforma del Tuel, la mega legge nazionale che governa gli oltre settemila comuni italiani in tanti, troppi, dettagli. Ma tutto questo non è un buon motivo per non decidere. Vediamo se nel 2022 ai romani verrà fatto questo regalo che aspettano da tantissimo tempo.

 


¹Politologo e ricercatore. Tra i suoi volumi:

Aldo Moro e gli Americani (Studium 2016);
Cronache dal Monte. Due anni con Benedetto (Tau 2017)

 

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Una risposta

  1. In poche parole è una bella mastrurbazione mentale. In pratica è un tentativo di dare più soldi ad una città che non è capace ancora di gestire l’esistente. Bello il tentativo di accomunare anche Milano e Napoli alla propria sorte. Se si vuole veramente dare un più ampio respiro all’area metropolitana di Roma, bisognerebbe guardare all’ SLL (sistema locale del lavoro) o alla FUA (area funzionale urbana) di cui il comune di Roma è centro motore, su cui si potrebbero attanagliare le effettive esigenze di governo del territorio. A questo punto sarebbe giusto dividere questa grossa area in municipi medi e grandi per gestire in maniera ottimale il territorio di Roma capitale. Solo dopo si può osare di chiedere allo stato gli investimenti necessari per la gestione al meglio della capitale d’Italia.

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