Rigenerazione urbana: l’apertura di Wire lancia un chiaro segnale alla città

Inaugurato a Roma il nuovo coworking space definito “la nuova Silicon Valley romana”, un progetto che pare inserirsi alla perfezione nella nuova stagione di cambiamenti dettati dalla pandemia

Il 22 settembre è stato inaugurato a Roma il coworking space “Wire”, uno spazio polivalente di 1500 metri quadrati, definito “la nuova Silicon Valley romana”. Tra Piazzale della Radio e il Porto Fluviale, gli ex Mulini Biondi, abbandonati dagli anni ’50, sono stati riconvertiti da tre investitori privati, Gianluca Ricci, Riccardo Mittiga e Tommaso Gamaleri, in una nuova struttura che ospita centoventi postazioni di lavoro, dieci uffici privati utilizzabili a rotazione, nove meeting rooms, una palestra, una millennial room, due caffetterie, un’area relax, un’arena e un palco per gli eventi.

I suoi spazi possono essere usati per lo smartworking, per le lezioni a distanza, e i genitori che sceglieranno Wire come proprio ufficio di lavoro potranno portare con sé i bambini e lasciarli nella Kids room.

Foto da “Today”

 

Un luogo aperto in città che si inserisce alla perfezione nella nuova stagione di cambiamenti dettati dalla pandemia. Un luogo modulare che cambia aspetto in base alle esigenze dei frequentatori. Un Work&Inspire, come ha ribadito uno dei fondatori, che permette a tutti di scambiare le proprie idee, creando sinergia e dinamismo.

Questo importante intervento completa un processo di recupero urbano iniziato agli inizi del 2000, quando una parte degli ex Mulini Biondi furono adibiti ad appartamenti residenziali e locali commerciali.

Wire rappresenta un raro esempio di rigenerazione urbana della città di Roma ed è destinato a fare da apripista ad una nuova visione della Capitale.

Da anni, infatti, in tutte le grandi metropoli del mondo, la politica di rigenerazione sta disegnando un’architettura incentrata tutta sulla sostenibilità e sul rilancio dell’economia cittadina.

La parola chiave della rigenerazione è per l’appunto il ripristino di quell’archeologia industriale risalente ai primi anni del Novecento che aveva riempito interi quartieri periferici. Con il loro disuso i quartieri non solo perdevano un volano di economia ma lentamente cadevano in una spirale di degrado difficile da contrastare se non si ricorreva all’abbattimento e alla costruzione di nuove strutture.

Oggi far convivere vecchi e nuovi edifici è il mantra per innescare meccanismi di rivitalizzazione.

Proprio in questa prospettiva, l’11 settembre scorso, presso la Commissione Ambiente della Camera si è svolta l’audizione informale dell’ANCE sulle priorità di investimento del Recovery Fund. Una seduta che ha fatto seguito a quella della Commissione Attività produttive. Tra le tante questioni affrontate anche la “rigenerazione urbana” ha trovato la sua giusta attenzione.

Foto da “Today”

È emersa così l’importanza di un “piano nazionale” da almeno 5 miliardi di euro che permetta di cambiare i fabbisogni della società. Una rigenerazione definita di “pubblico interesse” che metta al centro dell’agenda cittadina lo sviluppo urbano, la qualità della vita, l’ecosostenibilità, e la riduzione drastica di nuove cubature di cemento.

Wire, dunque, non è solo una struttura avanguardistica, ma è un segnale forte di come anche in una città disastrata come Roma le cose si possono fare, senza provare per una volta invidia nei confronti delle grandi capitali europee.

Con la sua apertura, tutto il quartiere Ostiense può godere di una nuova calamita per gli investitori, un processo che era iniziato con l’inaugurazione di “Eataly”, a cui fecero seguito grandi costruzioni immobiliari e una pianificazione del verde pubblico.

Foto da “Today”

Ma un solo polo non basta, come ha sottolineato il vicepresidente della Commissione Sviluppo della Regione Lazio, Francesca De Vito: “la città esistente si deve reinventare e trasformare, la vecchia impostazione di “Roma città dei Ministeri” non può più reggere”.

Ci sono molte aree di intervento, infatti, su cui puntare nell’immediato futuro, basti pensare al quartiere san Lorenzo e a tutte le strutture industriali limitrofe, dallo Scalo fino alla stazione Tiburtina. Oppure alle tante sale cinematografiche chiuse e abbandonate. Il cinema Maestoso, per esempio, sull’Appia, da anni versa nel degrado più assoluto, eppure fu una perla architettonica, inaugurata nel 1957 e progettato dall’architetto Riccardo Morandi. Un esempio di architettura razionalista che riqualificò tutto il quartiere periferico tra Furio Camillo e Colli Albani. Una sala da 2500 posti incastrata tra due condomini.

Per uno strano scherzo del destino, notizia di una settimana fa, a Milano un grande progetto di rigenerazione urbana ripristinerà l’edificio del “Cinema Maestoso” costruito nel 1912 e chiuso nel 2007. Sarà dato in gestione alla Virgin Active che ne farà un centro benessere e un luogo di eventi sportivi. Lo studio “De Amicis Architetti” ha però assicurato che verrà valorizzata la memoria storica della vecchia struttura a partire dal nome che resterà “Cinema Italia Teatro”.

Rendering del nuovo cinema Maestoso di Milano, foto da “Civiltà di Cantiere”

Pertanto, adesso più che mai la strada da seguire sembra tracciata e indietro non si può più tornare, il recupero urbano sarà una grande sfida per l’Italia e per Roma, con un bacino di fondi mai visti prima d’ora, basterà solo non disperdere le energie e non demotivare i giovani investitori con visioni stantie e polverose.

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