Presunte tangenti sui cartelloni pubblicitari. Coinvolto Aracri (Fi)

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Fatto Quotidiano Aracri

 

L’accusa è grave ma tutta da dimostrare. Un dirigente Astral, l’azienda che gestisce le strade del Lazio, avrebbe incassato una tangente da tre ditte pubblicitarie e l’avrebbe in parte girata a Francesco Aracri, senatore di Forza Italia, perché facesse pressione per il posizionamento di cartelloni sulle strade consolari.

E’ quanto riporta il Fatto Quotidiano in un articolo apparso ieri a pagina 3 nel quale si racconta che Marco Lelli – fino allo scorso 23 gennaio dirigente Astral – nell’ottobre del 2010 avrebbe incassato 97 mila euro da alcune concessionarie di pubblicità e ne avrebbe girati 65 mila ad Aracri. In seguito, anche con la complicità della moglie di Aracri, Serenella Ferrantini (anche lei dirigente in Astral) sarebbero state raccolte altre somme provenienti dalle medesime ditte, destinate ad ottenere la concessione per una serie di impianti pubblicitari sulla Pontina, sulla Cassia e su altre strade. A prova delle sue accuse, Lelli avrebbe una registrazione audio che consegnerà alla magistratura. “Questi sono 65” si sentirebbe nella registrazione del colloquio tra Lelli e Aracri, avvenuto a casa di quest ultimo.

Sono passati 8 anni e Lelli si ricorda solo ora di questo episodio. Ma sostiene di essersi deciso a parlare dopo tanto tempo perché gravemente ammalato di tumore e di aver sentito dunque il bisogno di lavarsi la coscienza.

Il senatore Aracri smentisce seccamente: prima ha parlato con il Fatto Quotidiano per affermare che mai ha preso denaro da Lelli o dalle ditte pubblicitarie. E poi ha rilasciato un comunicato col quale accusa Lelli di volersi vendicare per non averlo sostenuto quando era in difficoltà con Astral. Lelli, infatti, è stato condannato per tentata violenza sessuale e per questo è stato licenziato per giusta causa.

Fatto Quotidiano Aracri2

 

Fin qui la cronaca dei fatti raccontati dalla stampa. Quello ci preme sottolineare non è tanto la questione delle tangenti, malcostume purtroppo diffuso in Italia a tutti i livelli, ma il principio che sta alla base di queste presunte tangenti. Laddove le regole sono oscure, confuse o addirittura assenti proliferano atteggiamenti opachi. I cartelloni pubblicitari hanno vissuto una sorta di deregulation per anni sia a livello comunale, sia regionale. Sembra un settore impossibile da regolamentare, come se fosse al di sopra delle leggi, come se fosse in grado di autogovernarsi. E invece ha dimostrato nell’ultimo ventennio di essere uno dei comparti più marci: potremmo ricordare lo strano incendio che distrusse l’archivio dell’ufficio affissioni poco prima del cosiddetto “riordino”. Oppure il furto di computer, sempre nello stesso ufficio, che valevano quanto il 2 di picche ma che forse contenevano informazioni importanti. La frase dell’allora Sindaco Alemanno “dietro i cartelloni c’è la mafia” che pronunciò a seguito della morte di due giovani, schiantatisi contro un impianto abusivo. E tanti altri episodi misteriosi che hanno segnato la storia della pubblicità esterna a Roma.

Fino a che nel 2014, il Campidoglio è riuscito a darsi delle regole certe: un piano regolatore e un regolamento che una volta e per tutte stabiliscono dove i cartelloni possono essere installati e dove è vietato. Ebbene, nonostante da allora siano trascorsi quasi 4 anni, quel provvedimento non è ancora entrato a regime. Ancora una volta le pressioni, i ricorsi pretestuosi, le controspinte hanno impedito di portare a compimento una riforma che porterebbe denaro nella casse del comune, servizi ai cittadini e maggior decoro.

L’episodio delle presunte tangenti (lo accerterà la magistratura) si inserisce in questo contesto, fatto di una città, una regione dove non si riesce a regolamentare l’ovvio. E’ chiaro a tutti che chi usa il suolo pubblico per installare un impianto lo dovrà fare seguendo delle regole. E che queste regole sono dunque indispensabili. Eppure non si riesce a portarle a regime.

Non stupiamoci allora se leggiamo di episodi come questo raccontato dal Fatto Quotidiano. Anzi, sono proprio queste storie che ci fanno capire perché la riforma giace ancora nei cassetti. E badate che questa volta al governo della città ci sono i 5stelle. Quelli che dicono di voler aprire le istituzioni con un apriscatole.

 

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