Nuovo stadio della Roma: fine di una storia indecorosa

Con il ritiro dell'interesse pubblico sullo stadio, la Raggi chiude una brutta telenovela. Cinque anni di annunci per passare da un progetto prestigioso a niente

La giunta Raggi ha revocato l’interesse pubblico sull’area dove si sarebbe dovuto realizzare il nuovo stadio della Roma.

Viene messa così la parola fine ad un’iniziativa che era partita nel 2012, che la precedente amministrazione capitolina aveva portato avanti fino alla predisposizione di un progetto ambizioso e di grande impatto, progetto che l’amministrazione attuale ha prima fatto a pezzi e poi portato alla cancellazione.

 

Ricordiamo che il progetto originario del nuovo stadio della Roma era stato predisposto in collaborazione tra la società Eurnova e l’amministrazione Marino, con l’assessore Caudo, e prevedeva oltre allo stadio un business park e tutta una serie di opere pubbliche che avrebbero dovuto rendere possibile la mobilità delle persone nell’area anche in presenza di grandi afflussi.

Era un progetto di grande impatto che si avvaleva anche della firma del noto architetto Libeskind, che aveva disegnato le torri.

 

 

Il M5S, al tempo all’opposizione in Assemblea Capitolina con i consiglieri De Vito, Stefàno, Frongia e Raggi, era contrario al progetto e vi si era opposto in ogni modo. Qui è possibile ascoltare l’intervento del consigliere Frongia che invitava l’aula Giulio Cesare a non procedere con un progetto che, a suo dire, aveva troppi problemi.

 

Poi Virginia Raggi vince le elezioni e, nonostante nel suo programma non si facesse menzione del progetto dello stadio, non può non tener presente che nel movimento è maggioritaria la posizione contraria al progetto. Non a caso assessore all’urbanistica viene nominato Paolo Berdini che il progetto dello stadio lo aveva fortemente avversato.

Ma la sindaca non se la sente di cancellare il progetto e dopo una serie di ambiguità scoppia il caso Berdini, con l’assessore che, estromesso dall’ennesima riunione sullo stadio, a febbraio 2017 rassegna le dimissioni.

Senza neanche procedere alla sostituzione dell’assessore, la Raggi decide di andare avanti col progetto dello stadio ma chiedendo ai proponenti una consistente riduzione delle cubature del business park; essenzialmente, via i grattacieli di Libeskind. La storia si fa abbastanza indecorosa ma la sindaca decide di andare avanti come un caterpillar.

 

A fine febbraio l’annuncio trionfante della sindaca Raggi che, praticamente da sola, dice di aver raggiunto un accordo con la società giallorossa su un diverso progetto dello stadio, con le cubature ridotte della metà. A noi la cosa sembrò fin da subito un capolavoro di irresponsabilità: mesi e mesi di lavoro su un progetto complesso e ambizioso vengono vanificati da una discussione tra incompetenti che infatti non considerano tutte le implicazioni della cosa. Nessun accenno ad esempio a tutte le opere di mobilità che erano state messe a carico dei proponenti a fronte però di una certa quantità di cubature; riducendo le cubature vengono meno anche alcune delle opere che però erano tutte indispensabili per rendere sostenibile la mobilità nell’area.

 

A giugno 2017 l’amministrazione Raggi accelera sul nuovo progetto di stadio e si prefigge di approvarlo in circa tre settimane, laddove per quello precedente ci erano voluti sette mesi. La cosa più incredibile è l’assoluto riserbo su tutte le attività di predisposizione del nuovo progetto, che viene reso pubblico solo qualche giorno prima della discussione in aula (tanto perché Raggi & Co. erano i paladini della trasparenza e partecipazione).

Come previsto, la gran parte delle opere relative alla mobilità vengono eliminate, con i proponenti che dimezzano gli oneri di compensazione.

 

Poi a giugno 2018 viene arrestato Luca Lanzalone, al tempo presidente ACEA ma prima incaricato dalla Raggi di seguire la vicenda stadio della Roma. Con il nuovo progetto sospettato di essere stato costruito anche sulla base di accordi illeciti, buon senso consiglierebbe di fermare tutto o magari tornare al progetto precedente.

Ma Virginia Raggi vuole andare avanti e agli inizi del 2019 commissiona al Politecnico di Torino uno studio sugli impatti per la mobilità nell’area del nuovo stadio. I risultati dello studio vengono tenuti riservati ma sembra che siano stati catastrofici. Nonostante ciò la Raggi organizza una conferenza stampa che apre sorridendo dicendo “Lo stadio della Roma si fa!” e nella quale arriva ad affermare che nonostante il taglio delle cubature le opere pubbliche non sarebbero state impattate. Il privato più  che dimezza gli oneri concessori, destinati in gran parte alle opere per la mobilità, ma per la Raggi non cambia nulla.

A dispetto dell’annuncio della Raggi il progetto però non procede come dovrebbe. Poi arriva il COVID, tutto si ferma e infine arriviamo al novembre 2020 quando improvvisamente si viene a sapere che i terreni dove dovrebbe sorgere lo stadio non sono nella disponibilità della ditta proponente, in quanto gravati da ipoteca.

Questo fatto appare mettere una prima pietra tombale sul progetto, che poi viene definitivamente chiuso con la revoca dell’interesse pubblico decisa dalla giunta Raggi l’altro giorno.

 

Anche sul nuovo stadio della Roma la Raggi deve quindi registrare un fallimento totale. Da un progetto che, per quanto discutibile, avrebbe apportato grandi miglioramenti all’area di Tor di Valle, si è passati prima ad un ridimensionamento insostenibile e poi alla cancellazione definitiva dell’opera. Uno spreco di risorse durato cinque anni, caratterizzato dal massimo di opacità e fonte anche di inchieste giudiziarie e arresti che ancora devono avere il loro epilogo.

Difficilmente si sarebbe potuto fare peggio e c’è ancora chi vorrebbe mantenere una tale pasticciona alla guida dell’amministrazione capitolina.

 

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