Nel suo ultimo libro, lo storico Enzo Ciconte traccia la storia della criminalità nella capitale e spiega perché, a suo avviso, a Roma la mafia c'è

All’alba del 20 settembre 1870, 835 colpi di cannone cambiarono per sempre la storia d’Italia. Cinque ore di bombardamenti deposero l’ultimo papa Re, aprendo definitivamente le porte di Roma a tutta la penisola. La breccia di Porta Pia segnò una svolta: la città sarebbe divenuta la capitale del Regno, una città da ricostruire ma soprattutto da ammodernare per renderla davvero competitiva e degna del suo ruolo di guida per gli italiani.

Nel suo aprire le porte entrarono cittadini di ogni estrazione sociale, dagli apparati amministrativi torinesi a un insieme variegato di “buzzurri” (non romani) tra cui anche esponenti della criminalità.

Lo storico Enzo Ciconte ci racconta, nel suo nuovo libro, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale (Carocci editore), quello che avvenne e avviene tutt’ora, nelle vie di Roma dopo la presa dell’Urbe.

 

Un assedio che paradossalmente liberò la città da un sistema di governo e innescò un altro assedio.

Il libro di Ciconte analizza minuziosamente l’evolversi della malavita capitolina, un viaggio lungo scandito dalla cronologia della storia, dall’affermazione dei clan autoctoni a quelli di importazione, nazionali e internazionali, una malavita che affonda le sue radici proprio nella breccia di Porta Pia. Storie di boss di quartiere, di personaggi romantici e nello stesso tempo drammatici e inquietanti.

Tuttavia, nonostante questa storia di malavita sia così radicata, per tanti anni  tutti (dalla classe dirigente fino ad alcuni strati della popolazione, per non parlare delle sfere intellettuali), hanno evitato di ammettere che a Roma esiste un circuito mafioso che inquina i suoi meccanismi.

Questa malsana convinzione era dettata da un bizzarro luogo comune che relegava la mafia a un ammasso di “straccioni che nulla avevano a che fare con la cultura, il consenso, la politica, le istituzioni locali e nemmeno con le paure, il senso di insicurezza e d’abbandono, i bisogni, le necessità di interi quartieri e di particolari fasce sociali. In altre parole: con le trasformazioni della società e con la storia della città”.

La città eterna non poteva essere inquinata, la sua patina di bellezza offuscava tutto il marciume che lentamente covava nelle sue viscere. Roma non era il meridione, non vi erano rivalse tra famiglie, non vi erano disperati che dalla campagna volevano emanciparsi con la violenza e il potere.

Voltare le spalle e cercare di non vedere la criminalità cittadina ha concesso la possibilità di strutturare una grande abilità camaleontica: la malavita a Roma diventa predatoria, quasi inafferrabile, entra, saccheggia, uccide, spartisce e abbandona le macerie, ritorna e innesca nuovamente questo circuito.

La capitale divenne sfuggente, una grande torta servita su un piatto d’argento, questo almeno fino agli anni ’70 quando la comparsa della Banda della Magliana sparigliò le carte in gioco. Qualcuno doveva governare, qualcuno doveva affettare bene la torta e decidere a chi servire le porzioni più grandi.

 

Anche qui la solita retorica degli straccioni permise agli esponenti della Banda di muoversi indisturbati, le porte della galera furono solo porte girevoli. I processi si concludevano con la consueta sentenza: a Roma la mafia non esiste.

Solo alcuni giornalisti iniziarono a sollevare qualche perplessità, ma i danni nella società furono sempre più ingenti.

Con il trascorrere del tempo si infiltrò la Camorra, Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta. Roma, grazie a questa coltre di mistero, divenne un enorme laboratorio malavitoso, dove una sorta di pax mafiosa permise di spaccare la capitale in due. Una periferia insanguinata e invasa dalla droga, dal cemento, dalle lottizzazioni, dalle espropriazioni, e un centro dove la mafia diventa potere, quello istituzionale, politico.

Quando la parola mafia divenne troppo invadente il camaleonte avanzò una carta incredibile: acconsentì a far subentrare strani giochi nella sua quotidianità, tanto a Roma tutto è concesso. Massoneria, servizi deviati, stragi di stato, scandali bancari, sequestri e infiltrazioni fin dentro le stanze del Vaticano, una fitta nebbia che arrivò a mescolarsi con le ideologie politiche, ricoprendo di nuovo tutto: dov’è la mafia se neppure si riescono a delinearne i contorni?

Si apre allora un’altra fase storica: sparita la Banda, inghiottita da un sistema che non riuscì più a controllare, la criminalità, travestita da Idra, serve agli inquirenti alcune delle sue tante teste da poter mozzare: la corruzione e la malavita di strada. Ecco, allora, che ritornano gli straccioni da combattere, affiancati questa volta da burocrati e faccendieri, mentre la “mafia” continua il suo processo di camuffamento.

Per fortuna la parte sana della società non si piega, magistrati e forze dell’ordine continuano le loro inchieste, alcuni giornalisti tornano sul campo e iniziano a denunciare. I dossier che ogni anno vengono presentati non lasciano dubbi: a Roma la mafia esiste e prospera, ma l’oratoria della città eternamente pulita sembra essere tornata con maggior vigore.

L’indagine Mondo di Mezzo, invece, fu un terremoto che scosse nel profondo le istituzioni. Venne in parte alla luce quel laboratorio di spartizione della città e finalmente si tornò a parlare di mafia, di Mafia Capitale.

Ma la sentenza lasciò a bocca aperta: rieccola la fatidica frase “a Roma la mafia non esiste”. Esistono solo delle persone dedite alla criminalità, cani sciolti che inseguono interessi, mentre le famiglie che sembravano strutturate in qualcos’altro sono solo nuclei di cravattari, usurai violenti, sinti e zingari che vivono nel loro universo.

Scrive Ciconte: “La conclusione giudiziaria che nega il fenomeno di mafia rimane incomprensibile – almeno a me”.

Il camaleonte è riuscito a farla franca, innescando un camuffamento che pone la città a un nuovo estenuante assedio: Roma non è mafiosa. E’ corrotta!

Sotto questa bandiera tutti si riorganizzano, i clan potenziano le officine, mentre le istituzioni attuano un repulisti di alcune mele marce, il PD nazionale commissaria il PD Romano, nella convinzione di aver arginato il fenomeno e sull’onda dello slogan Onestà il Movimento Cinque Stelle conquista il Campidoglio. È la fine della corruzione? È l’inizio di una transizione? Niente affatto.

È inquietante il fatto che il meccanismo corruttivo abbia funzionato senza scossoni da una giunta a un’altra: è come se funzionasse a prescindere da chi amministra”.

Come sottolinea Ciconte la corruzione è talmente oleata che riesce a permeare ovunque: “La corruzione e il malaffare sono penetrati nel profondo anche della rappresentanza del Movimento 5 Stelle, come dimostrato dal coinvolgimento di Marcello De Vito, presidente dall’Assemblea capitolina, e da quello di due importanti collaboratori della sindaca Virginia Raggi: Raffaele Marra e Luca Lanzalone” (le responsabilità dei tre sono tutte da accertare sul piano giudiziario).

Uno sdoppiamento che complica ancor di più la realtà: corruzione e criminalità camminano a braccetto, e in tutto questo esiste la mafia?

A quanto pare sì, le ultime sentenze, dopo quel “silenzio incomprensibile” che aveva liquidato Mafia Capitale a mera corruzione, hanno riconosciuto le famiglie dei Fasciani e Pagnozzi come mafiose e quelle degli Spada e dei Casamonica come soggetti che agiscono con metodo mafioso.

Nella tela romana, dunque, quella dipinta nel risorgimento e ampliata durante tutto il Novecento, si è aperto un taglio che ha mostrato una realtà per troppo tempo ignorata.

Eppure, non bisogna abbassare la guardia, arginare la corruzione non equivale a combattere la mafia.

Nell’ultimo anno, soprattutto con l’avanzare della pandemia, la società si è indebolita economicamente, questo ha permesso alle mafie di rialzare prepotentemente la testa. L’usura sta dilagando, i giovani vengono cooptati per poche centinaia di euro e nella periferia è scoppiata una guerra nelle piazze di spaccio, lo testimoniano gli agguati delle ultime settimane. Una pax forse è saltata e un’altra potrebbe instaurarsi. Il camaleonte è pronto nuovamente a cambiare faccia e colore.

La tentazione endemica di ridurre tutto a criminalità messa in atto da “straccioni” è molto forte: bisogna bloccare questo refrain, bisogna “mettere in discussione questo dogma!”

Il libro si chiude con un interessante ottimismo: al di là delle sentenze dei giudici, in città, grazie al supporto di molte associazioni, sta avanzando un’altra convinzione, quella in grado di scardinare resistenze, incomprensioni, negazionismi, sottovalutazioni “una convinzione che arriverà ad affermare che la mafia non è un fatto che riguarda solo qualche organizzazione di sinti o di presunti straccioni, di siciliani, calabresi, campani o pugliesi, ma ha a che fare con i piani alti del potere. Cioè con i luoghi della capitale in cui si prendono decisioni importanti, dove i colletti bianchi, uomini del mondo politico, economico, della burocrazia comunale e degli affari si daranno da fare – molto spesso, non sempre! – per costruire alleanze e stringere parti con organizzazioni mafiose storiche o di nuovo conio”.

È un accerchiamento duro, violento, che giocherà presto una nuova tremenda partita ai danni della comunità: la possibilità di insinuarsi nella ricostruzione post Covid. Il camaleonte è dietro l’angolo.

L’assedio non è mai finito, ha solo cambiato colore, casacca, conformazione, anno dopo anno. Ma gli anticorpi ci sono, bisogna solo attivarli e rendere le difese pronte a reggere l’onda d’urto.

Buona lettura!

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