Lo Smart Working, tra opportunità ed egoismo

Molte luci e alcune ombre del lavoro agile ai tempi del Covid. Scarsa produttività di una parte dei dipendenti pubblici ma anche maggiore efficienza nel privato

Esisteva una concezione del lavoro prima del Covid e ne esisterà una nuova dopo il virus. La pandemia ha segnato per sempre un punto di non ritorno. Oggi, mentre cerchiamo di uscire dalla crisi sanitaria, il lavoro sta ridisegnando i suoi spazi. Le aziende, i dipendenti, i lavoratori autonomi, il settore pubblico puntano sempre di più al regime del lavoro agile.

Avevamo sottolineato a più riprese, in due precedenti articoli, i vantaggi, sotto tutti i punti di vista che lo smart working porta con sé: incremento di produttività, abbassamento dei tassi di inquinamento, aumento del tempo a disposizione di ogni singolo lavoratore e molto altro ancora.

I dati parlano chiaro: coloro che usufruiscono del lavoro agile sono più felici, non intendono cambiarlo, non soffrono di mobbing, né tanto meno da stress d’ufficio. Anche le ricadute sull’economia sembrano considerevoli a lungo termine: molti avrebbero più tempo libero recuperandolo dal pendolarismo, in modo da impegnarlo in attività extra lavorative, dedicandosi alle loro famiglie, coltivando passioni e hobby che prima erano costretti a reprimere.

Secondo un sondaggio presentato dalla Uil Lazio e dall’Eures, agli inizi di luglio, 8 lavoratori su 10 si sono detti favorevoli allo smart working, su un campione di 763 lavoratori, prevalentemente romani e con un contratto a tempo indeterminato (97,2%).

Antonio Macaluso, in un editoriale comparso sul Corriere della Sera, il 2 luglio, partendo da questo sondaggio, stroncò duramente la deriva smart soprattutto della città di Roma. Secondo il giornalista i dati dovrebbero far aprire gli occhi su come il mondo si stia orientando verso un sistema che porta con sé soltanto macerie. Nella sua analisi attaccava tutti gli smart worker, tacciati di egoismo: “persone che non si rendono conto che se non si esce di casa, se l’economia non gira, se il denaro non circola, se non si consuma, se non si attivano nuovi meccanismi di efficienza produttiva, anche il loro mondo, quello che ritengono un fortino, sarà espugnato da una realtà nuova e crudele. Non sarà l’egoismo dei garantiti a disegnare il futuro che ci attende, ma potrà indirizzarlo verso chine pericolose. E in quel mondo non ci saranno più sondaggi da fare ma macerie da contare.”

Se da una parte Antonio Macaluso potrebbe aver ragione, dall’altra la sua analisi sembra essere troppo superficiale, basata su un piccolo sondaggio e raffrontato con i dati allarmanti della crisi economica dei piccoli esercenti che devono fare i conti con una drastica diminuzione dei consumatori.

Bisogna infatti sottolineare che, in diverse parti del mondo, lo smart working è una realtà consolidata che ha portato con sé una miriade di benefici anche nel tessuto economico cittadino. I lavoratori, sentendosi liberi di scegliere dove lavorare, hanno cominciato ad affluire non più nelle zone centrali, ma soprattutto nei quartieri periferici, usati prima solo come dormitori; si recano in bar e librerie dotati di connessioni veloci, comprano in negozi che prima neppure conoscevano, iniettando importanti dosi di liquidità in una catena virtuosa che al momento non sembra mostrare delle falle. In alcuni paesi si sta anche sperimentando l’uso di moduli di ufficio posizionati in più punti della città per limitare gli spostamenti, accorciare le distanze tra casa e sede, e mantenere gli incontri tra colleghi, con piccoli gruppi di lavoro. Perché quando si parla di smart working non bisogna mai sottovalutare il legame stretto che esso intrattiene con la città.

Ridimensionando il concetto di “ufficio”, le città sono stimolate a migliorare le proprie infrastrutture, come per esempio aumentare le zone coperte dalla connessione gratuita, creare delle work station, offrendo supporto a quei locali che decideranno di ospitare i lavoratori. La mobilità punterebbe su una pianificazione green, riqualificando interi quartieri e il cittadino graviterà sempre di più nella sua zona di residenza.

L’amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey, ha annunciato che chi svolge lavori che non richiedono la presenza fisica potrà farlo comodamente da casa. Il capo del personale ha poi aggiunto che l’azienda non sarà più come prima, proprio perché non si ritornerà al passato. Il passato non è dunque inteso come una situazione sanitaria pericolosa, dettata dal Coronavirus, ma come un sistema di lavoro che deve adeguarsi alle nuove e più vantaggiose tecnologie, un processo che il Covid ha semplicemente accelerato.

Ma tornando alla riflessione di Macaluso, dobbiamo sottolineare che il peccato del nostro paese è stato quello di non aver avuto un tempo di incubazione e sperimentazione per poter capire e assorbire i reali vantaggi di questo nuovo regime, ma soprattutto per poter intervenire tempestivamente nei vuoti che possono innescare i singoli lavoratori.

Per molti dipendenti, soprattutto nel settore pubblico, difatti, lo smart working si è tradotto in una comoda e lunga vacanza, senza controlli adeguati e richiami all’ordine, con la conseguenza di aver peggiorato il rapporto tra cittadini, tra chi ne usufruisce e chi no.

Ci siamo ritrovati a parlare di smart working senza progetti e senza una programmazione e una legislazione che ne disciplinasse il funzionamento e gli obiettivi da raggiungere. In questo clima sembra facile, quindi, demonizzare il lavoro agile, relegandolo a qualcosa di parassitario. Per fortuna, molte aziende si stanno allineando con le direttive introdotte dai loro competitor internazionali, controllando i loro dipendenti con sistemi informatici ad hoc, monitorando la reale produttività.

Molte sono state, invece, le critiche rivolte ai dipendenti delle istituzioni che sono entrate in un vero e proprio cortocircuito. Da una parte il Ministero della Pubblica Amministrazione difende il lavoro dei dipendenti pubblici e delle nuove prospettive, dall’altro sta spingendo affinché si ritorni presto in ufficio per coprire i ritardi nello svolgimento delle pratiche.

A differenza del privato, perché il settore pubblico non comunica i dati sulla produttività e l’efficienza dello smart working? Perché non viene ridotto il monte ore di lavoro se gli uffici restano chiusi e i servizi telematici non funzionano?

Il ministro Fabiana Dadone ha dichiarato che è ancora troppo presto per tirare delle somme e che solo da settembre il quadro potrebbe essere delineato, aggiungendo di voler portare la percentuale del lavoro agile al 50% entro la fine del 2020, una percentuale che dovrebbe arrivare al 60% con l’attivazione a gennaio del Pola (Piano Organizzativo del Lavoro Agile).

Perché allora si sta premendo per un ritorno in ufficio?

Troppe sono le domande lasciate aperte che hanno gettato in ombra un regime di lavoro che in Italia ha sempre stentato a decollare e che, se non fosse stato per la pandemia, potremmo dire che avrebbe tardato ancora qualche anno prima di mostrare timidi segni di presenza.

Le istituzioni sono chiamate a regolarizzare e modernizzare il prima possibile lo smart working, inserendolo con lungimiranza nel tessuto urbano, per evitare che, anche questa volta, nel nostro paese un’occasione di modernità e progresso diventi un imbarazzante teatrino. Allora sì che raccoglieremo le macerie di una crisi economica che si poteva evitare.

 

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