L’arte di cambiare una città

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Pochi probabilmente avranno mai sentito parlare di Antanas Mockus, il singolare sindaco di Bogotà, la capitale della Colombia, per due mandati tra il 1995 e il 2003.

Antanas-Mockus

A vent’anni dalla sua prima elezione Antanas Mockus è tornato a parlare della sua straordinaria esperienza con un articolo sul New York Times che inizia così : “Between 1995 and 2003, I served two terms as mayor of Bogotá. Like most cities in the world, Colombia’s capital had a great many problems that needed fixing and few people believed they could be fixed.” (che può essere tradotto come “Tra il 1995 e il 2003 ho servito per due mandati come Sindaco di Bogotà. Come molte città nel mondo, la capitale della Colombia presentava problemi molto gravi che dovevano essere risolti ed in pochi pensavano che potessero essere risolti”).

Si è già capito perché la storia di Mockus ci ha attirato? Ci ricorda niente a noi romani la sua sintetica descrizione della situazione di Bogotà?

Qui un articolo de Il Post che riprende quello del NYT, per chi non si trovasse a suo agio con l’inglese, di cui riportiamo alcuni estratti.

Antanas Mockus ha avuto successo in molte cose, ma la cosa interessante è il modo in cui ha affrontato molti dei problemi della città coinvolgendo la cittadinanza: ha chiesto tasse volontarie, ha usato mimi per migliorare il traffico e ha organizzato serate di coprifuoco volontario per gli uomini in modo che le donne potessero uscire di casa tranquille.

“Parlando dei suoi successi da sindaco e del suo approccio diverso ai problemi, Mockus cita spesso la sua formazione da filosofo – «Come professore di filosofia, avevo poca pazienza con il modo di pensare convenzionale» – ma evidenzia sempre come la chiave del suo lavoro sia stata riuscire a coinvolgere persone che avevano smesso di crederci:

Non dirò di essere riuscito a cambiare tutto, ma siamo riusciti a portare cambiamento dove il cambiamento sembrava impossibile. Le cose hanno funzionato perché le persone hanno lavorato insieme, cooperando, e lo hanno fatto perché erano sbigottite dal loro stesso potere. La speranza nel cambiamento, quando il cambiamento accade, genera altra speranza. Mostrami una città con mille problemi e ti mostrerò 10.000 persone che li possono risolvere.

A giudizio unanime Mockus riuscì ad incidere a fondo in molti dei gravi problemi di Bogotà e probabilmente, come lui stesso spiega, la chiave fu il riuscire a coinvolgere gran parte della popolazione nel cambiamento.

Se invece passiamo a considerare l’attuale situazione romana, non sarà proprio la distanza siderale tra l’amministrazione ed i cittadini il freno più grande al possibile cambiamento? Che speranze può avere un Sindaco:

– che si accorge con drammatico ritardo dei gravissimi disagi che i suoi cittadini stanno soffrendo da giorni a causa di un’agitazione silente dei macchinisti della metro,

– che viene definitivamente scaricato dal coordinamento ciclisti per averli illusi per anni con programmi ambiziosi poi concretizzatisi in nulla,

– che scalda i cuori di tanti blog anti-degrado con l’annuncio di misure rivoluzionarie (le ormai famose “trappole per i writer”) per poi non farne mai nulla,

– che illude i ragazzi dell’America con possibili programmi culturali per le periferie salvo poi scaricarli sbeffeggiandoli,

– che passata la grave emergenza abbandona gli abitanti di Tor Sapienza al loro degrado,

– che quando qualcuno gli fa notare che la città appare pulita solo a lui, in quanto l’AMA provvede a lustrare preventivamente le strade prima dei suoi passaggi, invece che ascoltare e approfondire sbeffeggia ancora una volta.

La netta impressione è che il Sindaco Marino sia convinto di poter cambiare la città imponendo le misure a suo avviso giuste, ignorando tutte le critiche, anche quelle non dettate da spirito ostruzionistico ma da genuina voglia che finalmente le cose inizino a funzionare. Bene farebbe quindi a dare un’occhiata all’esperienza di Mockus per capire quando e come ascoltare le persone per coinvolgerle ed anzi farne parte attiva nei cambiamenti.

Non che noi si auspichi l’introduzione a Roma delle stesse misure adottate a Bogotà, tipo il sostituire i vigili con dei mimi (benché l’ipotesi ha una sua suggestione e purtroppo in molti casi temiamo non si vedrebbero differenze, anzi sicuramente i mimi sarebbero più scenografici), ma crediamo che in mancanza di un coinvolgimento di larga parte della popolazione romana, almeno di quella che da tempo cerca di sollecitare attivamente l’amministrazione, l’attuale governo cittadino sia destinato al fallimento.

Si levi giacca e cravatta il Sindaco Marino e cominci a sporcarsi le mani quotidianamente, spazzando le strade, tagliando l’erba, fronteggiando i venditori abusivi, alzando i tergicristalli alle auto in sosta d’intralcio, staccando adesivi e cartelli abusivi. Vedrà che ci saranno tanti cittadini pronti ad aiutarlo ed a contribuire al cambiamento della città. E se pure la cosa non funzionerà, potrà sempre dire di averle provate tutte, mentre proseguendo l’arroccamento sulla torre d’avorio del Campidoglio (che proprio d’avorio non è, peraltro) non potrà che perire di inedia.

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