La (scarsa) tutela delle attività tradizionali e artigianali nella Città Storica

La pressione del commercio alimentare nelle zone più centrali di Roma è sempre più forte. La disciplina vigente pone dei limiti, ma va rafforzata e applicata con maggiore efficacia

Da un quarto di secolo l’Amministrazione di Roma Capitale tenta, con più o meno convinzione e successi, di contrastare il declino e la scomparsa di settori commerciali considerati storici e tradizionali, insediati nel centro cittadino. Questo orientamento trae origine dalle profonde trasformazioni avvenute a cavallo degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 quando si verificò l’insediamento massiccio delle attività economiche di origine cinese all’interno, inizialmente, del Rione Esquilino; lì accadde che le attività tradizionalmente presenti furono soppiantate attraverso un mercato di compravendita con cifre esorbitanti a cui i proprietari italiani non seppero e non vollero resistere.

Successivamente si verificò lo sbarco dei grandi marchi nazionali ed internazionali nel “salotto buono del Centro Storico, nel cuore commerciale della città. Anche qui andando a sostituire il vecchio tessuto commerciale ed artigianale della città.

Nei primi anni ‘90 le attività artigianali presenti nel Centro Storico erano circa 5.000 e si calcola che di queste, attualmente, ne siano scomparse circa l’80%.

L’Amministrazione Capitolina in questi 25 anni ha prodotto una serie di norme a tutela sia delle attività commerciali ed artigianali presenti nel Rione Esquilino che successivamente dei negozi della tradizione e delle Botteghe Storiche.

Sarebbe troppo facile scagliarsi contro l’insufficienza delle norme comunali quando per anni a livello mondiale, ma anche nazionale, si inneggiava alle liberalizzazioni. A poco purtroppo sono servite le clausole inserite, ad esempio, nel D.Lgs. 79/99 (cd. Decreto Bersani) sulla tutela dei Centri Storici.

Molto, invece, hanno inciso operazioni immobiliari quali quelle della Rinascente, del Cinema Etoile, di Zara, ecc. e le trasformazioni di interi edifici in Maison di alta moda o di marchi internazionali, che hanno innestato una concorrenza insostenibile per le attività economiche di vicinato, provocando nel contempo un aumento spaventoso dei canoni di locazione che hanno, di conseguenza, portato alla chiusura di tantissimi negozi e botteghe artigiane.

 

Il rovescio della medaglia di questa situazione è stato il proliferare delle sole attività commerciali che economicamente hanno potuto sostenere questa situazione attingendo a risorse economiche non sempre di origine lecita: principalmente le attività di ristorazione e di somministrazione di alimenti e bevande e secondariamente specifiche attività commerciali legate a gruppi etnici con particolari forme di “assistenza economica” (“banglamarket”, “kebbabari”, ecc.).

Queste ultime categorie commerciali hanno rappresentato l’oggetto delle ultime delibere dell’Amministrazione Capitolina tese a porre un argine alla loro sfrenata proliferazione, con il rischio di trasformare intere zone del centro storico in un unico grande spazio dedicato alla somministrazione di alimenti e bevande a qualsiasi ora del giorno, con ulteriori pesanti trasformazioni nel tessuto urbano e residenziale e forti ricadute sulla qualità del vivere nella città.

 

L’ultima delibera organica approvata in ordine di tempo dal Comune di Roma, sul tema in questione, è la DAC 47/2018, parzialmente modificata l’anno successivo con DAC 49/2019.

La delibera n. 47/2018 era fondata su di un “… apposito studio effettuato a supporto del nuovo regolamento e della relativa disciplina di tutela e basato sull’elaborazione dei dati presenti nel sistema S.I.C. (Sistema Informativo del Commercio) di Roma Capitale riferiti alla data del 30 marzo 2017 i cui risultati sono raccolti nella Relazione esibita in atti, [da cui] è emerso l’aumento della presenza delle suddette attività, nonché una concentrazione delle stesse soprattutto nel territorio di alcuni Rioni ricadenti nel Sito Unesco” (dalle premesse della DAC 47/2018).

Da notare che tale approccio ha rappresentato una significativa innovazione nella procedura per la stesura di un atto deliberativo.

 

Con la delibera n. 49 del 25 giugno 2019 l’Assemblea Capitolina interviene nuovamente sul “Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali ed artigianali nel territorio della città storica”, da un lato per superare le criticità applicative del regolamento riscontrate dagli uffici comunali nonché dagli operatori commerciali, dall’altro per recepire le pronunce del T.A.R. di Roma con le quali sono state annullate alcune specifiche disposizioni, riconoscendo comunque legittimo il regolamento nel suo complesso e conforme alle norme in tema di liberalizzazione delle attività commerciali.

Fondamentalmente le modifiche al regolamento hanno reso più chiari alcuni aspetti della disciplina che prima risultavano di difficile interpretazione e applicazione, garantendo i vincoli di salvaguardia in particolare per l’attività del settore alimentare, con l’obiettivo di tutelare il decoro e la vivibilità del centro storico della città.

 

L’attuale disciplina prevede la suddivisione del centro storico in aree concentriche con vincoli di tutela differenziati e la classificazione delle attività commerciali e artigianali tutelate, non tutelate e vietate nelle diverse zone.

Il provvedimento, inoltre, disciplina, tra l’altro, le modalità di consumo sul posto dei prodotti alimentari, le modalità per l’insediamento delle medie strutture di vendita, quelle relative all’avvio delle attività c.d. tutelate e delle attività commerciali e artigianali esistenti nel sito UNESCO.

 

La DAC 47/2018 (così come la DAC 49/2019) prevede il divieto di apertura di nuove attività di vendita al dettaglio di generi appartenenti al settore alimentare in forma di esercizio di vicinato nonché delle medie strutture di vendita, delle nuove attività artigianali alimentari e dei negozi di souvenir in tutta l’area del sito UNESCO.

Da più parti si sostiene che l’attuale disciplina sia scaduta e che tali limitazioni siano decadute. Niente di più falso, in quanto fino a che l’Amministrazione Capitolina non si pronuncerà nuovamente, tale regolamento rimane in essere anche se sono trascorsi i tre anni delle norme transitorie.

 

L’auspicio è però che l’Amministrazione Capitolina si adoperi per elaborare un nuovo studio che analizzi le modifiche che sono avvenute nel frattempo all’interno del tessuto della Città Storica e del sito UNESCO, in particolare per fronteggiare tutte quelle situazioni e trasformazioni, non sempre positive, che il mercato sta producendo; sempre nell’ottica della tutela e della vivibilità della Città stessa e dei suoi cittadini.

Un tale nuovo studio si rende indispensabile anche per evitare che eventuali richieste di aperture di attività vietate, alle quali l’Amministrazione opponga un parere contrario, possano essere invece ammesse dal T.A.R. con la motivazione dell’inerzia amministrativa (e negli anni se ne sono viste non poche di situazioni simili, col forte dubbio che alcune di esse siano state create ad arte).

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