La periferia romana è un temporale pieno di tuoni

Il romanzo su Roma di Tommaso Giagni che racconta vite di borgata. Giovani che si sentono turisti nella propria città, perché nati fuori da tutto. La noia sarà il detonatore di un cambiamento

In questa settimana estiva, vi consigliamo la lettura de I tuoni (Ponte alle Grazie) di Tommaso Giagni, un romanzo unico nel suo genere, in grado di far conoscere da vicino, con dovizia di particolari, cosa significa vivere in una periferia, o meglio in una banlieue romana.

Infatti, possiamo affermare senza ombra di dubbio che Tommaso Giagni è tra i pochi scrittori capaci di descrivere il disagio dei sobborghi. La sua scrittura, asciutta, cruda ma nello stesso tempo piena di dettagli (forse, a volte, troppi) riesce a trasportare il lettore nella quotidianità degli abitanti delle banlieue.

 

Tommaso Giagni

Non ci sono luoghi comuni, pochissimi i riferimenti di attualità, poca la denuncia del degrado, se non attraverso gli occhi dei protagonisti.

Elementi vincenti che permettono al lettore di immergersi per davvero nelle singole storie di Manuel, Flaviano e Abdou con il suo inseparabile Husky di nome “Pur”, dal francese: “purezza”, perché “puro come un inizio”, che nella storpiatura romana diventa “Er Più”. Tre amici, tre storie che si intersecano tra di loro in un quadrante abbandonato tra il Grande Raccordo Anulare e il fiume Aniene, in cui si innesterà anche una tenera storia d’amore con una ragazza, Donatella, che invece è riuscita a evadere dal sobborgo, o almeno così crede.

Un grande contenitore che raccoglie tutto: ambizioni, frustrazioni e marginalità. Infatti, fin dalla prima pagina, Giagni imprime il registro di quello che sarà il suo romanzo, con un passaggio che descrive alla perfezione le priorità di una disagiata famiglia romana:

 

Gli hanno regalato le sneakers da poco e sono care, di marca. I genitori allentano con la spesa per l’abbigliamento perché non si senta inadeguato coi bambini del Rettangolo, ma sono severissimi perché impari a parlare bene – una lingua che non è quella del Quartiere, né quella zoppicante che usano loro – perché mai nessuno possa dirgli che non è italiano”.

 

Ecco, dunque, due elementi che da vicino ricordano le prime descrizioni delle periferie di Pasolini: la lingua, il dialetto, e l’omologazione culturale attraverso gli status symbol. Se in Mamma Roma il riconoscimento di far parte di una comunità, tra ragazzi, poteva avvenire attraverso una moto o una giacca elegante ben stirata, nel nuovo millennio avviene con un paio di scarpe pulite, marcate da una multinazionale, e un dialetto, che non deve intaccare la lingua, perché visto come un elemento dispregiativo: proprio quel particolare che di più terrorizzava Pasolini. Sono i nativi a parlarlo, ma se vuoi sentirti italiano, ormai, devi sforzarti di fare il salto di qualità.

I nativi sono i borgatari, quelli che hanno visto nascere la periferia, quelli che hanno combattuto per i loro diritti e hanno pagato a caro prezzo l’esclusione dalla città. Sono genitori che si trovano rinchiusi in mostri di cemento armato, senza via d’uscita dove l’unica soddisfazione della loro vita è quella di aver incontrato il papa, come racconta il padre di Flaviano:

 

-Una volta m’ha lavato i piedi er papa.

-Lo so, a Rebibbia. Senti…

-Alla lavanda del Giovedì santo: eravamo ‘n dodici, io stavo seduto e lui piegato sui piedi mia. Te rendi conto?

 

In questo turbinio di frustrazioni, gli unici punti fermi restano l’amicizia e l’adolescenza che, nonostante tutti i problemi del contesto sociale, scorre senza sosta, avanzando senza freni. Ragazzi che mostrano i loro corpi come cimeli scolpiti dalle tante ore in palestra, da mostrare attraverso le camicie sbottonate fino agli addominali. Ragazzi che gareggiano in tangenziale, o che ricercano un po’ di amore oltre il sesso:

 

Si udiva solo il respiro di lei che odorava di grano”.

 

Giagni racconta così le giornate tipo di questi amici, tra bulli di quartiere, boss, immigrati, feste di piazza, ma soprattutto racconta la noia che si ammassa all’orizzonte come le nuvole di un temporale.

Con lo scorrere delle pagine si percepisce che questa sarà il detonatore di qualcosa senza precedenti. Perché la noia mette in moto pensieri negativi, attiva le frustrazioni, distorce la realtà. L’unico modo per tenere a bada tutto questo è cercare distrazioni, coltivare le proprie passioni, sognare una vita diversa: ma quanta fatica. Si va in centro per una passeggiata, si esce dalla periferia e si va a Roma, sì, perché la periferia non è la Capitale. Le vie del centro sono così lontane dalle loro vite, che tutto sembra così diverso e strano: perché non riescono a sentirsi davvero parte di questa città?

 

Il punto è che tutto gira intorno ai turisti, gli alberghi, gli accessi dei pullman […]”

Potete andà a bloccà i pullman ai caselli dell’autostrada, te e Donatella […]”

Guarda che semo turisti pure noi”.

 

Questo rapido scambio di battute è il fulcro di tutto. Manuel, Flaviano e Abdou sono la terza generazione delle periferie, non conoscono la città se non attraverso le passeggiate fatte di notte, “come i ladri”, perché quello è l’unico momento in cui riescono a godersela: la luna sul Circo Massimo, le fontane di Piazza Navona, la rotonda di Piazza Barberini. Attraversano le vie in motorino, spensierati per pochi istanti, prima di ritornare nei loro quadranti. Ma se il cielo in centro è limpido e mostra la luna, in periferia le nuvole continuano ad ammassarsi. Le gerarchie stanno per venir meno. Senza capi di strada, senza “ducetti” di quartiere, senza istituzioni, la periferia è più vulnerabile, è una frontiera dove vige soltanto la regola del più forte. Gli enormi palazzoni sono singole nazioni pronte a fronteggiarsi. La tensione sociale è così forte che si respira ad ogni angolo.

La seconda generazione – quella dei loro genitori – si risveglia dal torpore. Nativi, immigrati, occupanti, sfrattati e ambulanti sono pronti a darsi battaglia.

In un cielo che promette tempesta non si vede nessun lampo, nulla preannuncia quello che sta per accadere e, quando arrivano i primi tuoni, tutti capiscono che non si tratta di un temporale. “I tuoni riempiono il silenzio”, ma un tuono senza preavviso è qualcosa di più, è un suono sinistro, è un atto di guerra.

I tre amici non si possono tirare indietro, sono in prima linea in una battaglia combattuta scala per scala, palazzo per palazzo… del resto, quella è la loro vera città, la loro casa, il loro paese. Passata la tempesta, come abili marinai porteranno in porto le loro barche, quelle che sono riusciti a salvare, e ne usciranno cambiati per sempre.

Ma il cielo è ancora carico di nuvole.

L’esplosione è lontana ma potentissima, riconoscibile […] non è possibile equivocare […]. Risuona l’eco e il fumo inizia a salire dal Verde Respiro; si voltano tutti in quella direzione, tranne Donatella e Manuel”.

 

Giagni ha tracciato una strada da seguire, non soltanto per la letteratura sociale, ma anche per tutti coloro che cercano di approcciarsi alle dinamiche dei sobborghi: è una strada che mostra come le rivolte possano scoppiare da un momento all’altro, senza preavviso, fino a divorare le fondamenta della società civile.

 

Buona lettura!!

 

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