Non basta ricordare la bellezza del passato se non si rispettano i luoghi del presente

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Villa Blanc, aperta durante le giornate del FAI di primavera

Una sala di Palazzo Giustiniani

 

Sabato 24 e domenica 25 marzo si sono tenute le Giornate FAI di Primavera, le aperture straordinarie di monumenti e siti di interesse storico-naturalistico. Ricco il calendario di luoghi visitabili in tutta Italia: borghi, ville, musei, castelli, parchi, tesori d’arte e natura spesso sconosciuti o inaccessibili al pubblico. Roma, capitale dell’arte e della bellezza (del passato), la fa da padrona. Come avrete notato dall’ampia copertura televisiva, radiofonica e social dell’evento, la campagna del FAI è realizzata con il patrocinio di Rai – Responsabilità Sociale e con le media partnership di Rai News24 e TgR.

“Lo spirito del FAI – leggiamo sul sito – è rimasto però lo stesso, quello di accompagnare gli italiani alla riscoperta della bellezza che li circonda e che spesso non si conosce o non si vede.” A parte il fatto che gli italiani, in primis i romani, sono reduci da decenni di diseducazione al rispetto delle regole, e perciò stentano a percepire il bene comune come proprietà condivisa anziché bene privato da sfruttare per i propri interessi (guidare e lasciare l’auto sotto casa, gettare l’immondizia e portare a spasso il cane) e che la consuetudine al degrado ha prodotto l’assuefazione alla bruttezza, tant’è che i nostri concittadini – in primis i romani – non sanno riconoscere la bellezza e non l’associano ai quartieri di recente edificazione, ovvero i luoghi nei quali si svolge la vita quotidiana.

C’è poi una questione di parole, di linguaggio, da non trascurare. Un discorso strategico, pedagogico, di marketing culturale se volete, che secondo noi va totalmente rivisto e calibrato in funzione del contesto nel quale vive la maggioranza della popolazione. Quando si dice “il patrimonio artistico, culturale e naturalistico, matrice della nostra identità e portatore di valori collettivi condivisi dalla cittadinanza” si afferma ambiguamente che l’unico bene comune in cui si identifica la comunità, in primis quella romana, è l’eredità del nostro passato, quel patrimonio culturale che va tutelato e custodito per tramandarlo alle future generazione (cit. Italia Nostra) “per lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo” (cit. decreto Art Bonus). Si sta praticamente dicendo che l’unico bene da tutelare è la bellezza insuperata del nostro passato. Tutto il resto non conta, è secondario, marginale. Ed è qui che casca l’asino. La divisione tra passato (grandioso e meritevole di tutela) e presente (mediocre, insignificante e senza valore), è diventata “mainstream”, radicandosi profondamente nella mentalità dell’opinione pubblica. Grazie anche a politiche generiche e approssimative (e ad un certo provincialismo accademico italiano), si è ingenerato il colossale equivoco culturale che gli spazi moderni siano indegni di tutela, in quanto non paragonabili alle bellezze del passato. Siamo arrivati al punto che i romani si vantano del loro passato glorioso, atteggiandosi a “popolo eletto”, migliori di tutti gli altri, custodi della bellezza del mondo, paladini della civiltà, quando invece nella realtà di ogni giorno, si comportano come barbari. Non è un caso che solo a Roma il “supercafone” maleducato, arrogante e scortese è divenuto un modello di comportamento. Guardato con bonaria simpatia da intellettuali e gente comune.

Il personaggio del coatto – non importa se di origine borghese o di periferia, pariolini e borgatari pari sono – che parcheggia “ndo je pare”, che lancia i mozziconi di sigaretta dal finestrino, che abbandona i rifiuti per strada, che tappezza muri e pali con cartelli e adesivi, che invade i marciapiedi con bancarelle allargate a dismisura e scrive sui muri per divertimento, insomma il prototipo del cafone, è molto più diffuso di quanto si pensi.

Una cosa su cui si riflette poco è che il romano medio, assuefatto al degrado, è lo stesso che fa la fila per entrare a Palazzo Giustiniani e visitare l’incantevole Parco di Villa Gregoriana, uscendosene con frasi fatte come “vivemo nella città più bella der monno”salvo comportarsi al contrario non appena si torna a casa. Ricominciando subito a strapazzare la città che dice di amare. Siamo dinanzi a un caso di schizofrenia collettiva, che richiede analisi e riflessioni che esulano dai confini di quest’articolo e ci limitiamo ad osservare che la decivilizzazione e l’inselvaggimento di cui parla Marina Valensise – andatevi a leggere il suo appello alla cultura, sottoscritto dalla redazione di diarioromano – porta all’incapacità di riconoscere la bellezza, minando il senso di appartenenza e l’attaccamento al territorio. S’innesca così una situazione paradossale in cui le persone che glorificano Roma, decantandone la bellezza, ricollegandola esclusivamente al Rinascimento e all’antichità classica, sono poi le stesse che ne insudiciano le strade, imbrattandone muri e marciapiedi, occupando e invadendo gli spazi riservati ai pedoni, umiliandola e deturpandola nel peggiore dei modi.

L’ingresso della Facoltà di Architettura a Roma 3

La nuova fermata Ionio della linea B1

Il reparto maternità del San Camillo

 

Una visione alimentata dal combinato disposto di imbarbarimento e retorica della bellezza. Sono ormai decenni che va avanti questa storia. Il tempo dedicato all’educazione civica – lo ricordiamo bene, abbiamo una certa età – non è servito a nulla. I bambini/ragazzi che hanno partecipato alle prime edizioni di “Puliamo il Mondo”, alle giornate ecologiche organizzate da Legambiente, sono diventati poi, nella maggioranza dei casi, adulti che non rispettano la propria città. I buoni propositi e le esperienze virtuose, possono fino a un certo punto influenzare il comportamento e le abitudini mentali. Se i genitori non danno il buon esempio, non possiamo aspettarci che i bambini si comportino in maniera diversa. Due milioni di adulti diseducati al rispetto del prossimo, al passatismo, all’antimodernismo e all’individualismo anarchico, cresceranno dei bambini irrispettosi di ogni regola e privi di qualsiasi senso estetico. Hai voglia a promuovere la sensibilità ambientale, se poi l’ambiente a cui fai riferimento è soltanto il giardino sotto casa! Puoi prendere tutte le iniziative che vuoi sull’educazione al rispetto, istituzionalizzare le giornate di volontariato, fare informazione, denuncia e opinione pubblica. Ma fin quando il clima di prepotenza e ignoranza resterà lo stesso, sarà impossibile rieducare alla bellezza e alla legalità.

Da dove ripartire, prendendo spunto anche da progetti vincenti come quello del FAI? Innanzitutto cercando di diffondere una concezione meno passatista dell’arte, tracciando un parallelo tra bellezze del passato e il nostro presente. Salvando l’architettura del secondo novecento dalla dittatura della street art, quel pensiero unico dei muri sporchi propalato da politici e intellettuali influenzati dal circuito dei writers, un “demi-monde” che vive nel culto dell’illegalità e nel disprezzo dell’edilizia moderna, specie quella residenziale che costituisce la stragrande maggioranza del tessuto urbano consolidato. E così teorizza l’imbrattamento indiscriminato del patrimonio pubblico e privato risalente al periodo che va dal 1920 ai giorni nostri. Questa santa alleanza sostiene e teorizza l’equiparazione tra arte e vandalismo, concetto che va a braccetto con il disprezzo generalizzato di norme e regole. E fa sentire migliaia di vandali considerati alla stregua di artisti famosi! Ma se si prova a chiedere loro cosa pensano dell’Italia risponderanno con le solite frasi fatte sulla “Grande Bellezza”, DEL PASSATO NATURALMENTE!

Tutto il resto è da buttare, e poi chi è lo Stato per imporre la propria volontà? Io scrivo dove mi pare, l’architettura moderna fa schifo, è grigia, è speculazione edilizia.

Affermazioni tipiche del “mindset” graffitaro, e che trova una sponda importante nel mondo intellettuale “impegnato”, nell’opinione pubblica, nella cultura popolare.

Un impasto di lassismo post-sessantottino, presappochismo, menefreghismo, nostalgismo di maniera (ah, l’italia di una volta!) romanticismo insurrezionalista (cit. Mario Ajello) ed insofferenza all’ordine costituito. Il tutto a discapito del rispetto degli altri, dell’armonia sociale ed estetica, del benessere collettivo. Ma questa è l’Italia che vogliono gli italiani e la Roma che piace ai romani (oltre alla squadra di calcio..). Nessun sopruso e nessuna imposizione. LA ROMA SPORCA E DEGRADATA, CAOTICA E DISARMONICA, CACIARONA E SGUAIATA, DISORDINATA E INGOVERNABILE, che unisce bellezza e desolante squallore, è frutto della nostra identità, specchio del decadimento culturale, civile e politico di questa città. DIRETTA CONSEGUENZA DEL PATTO DI FERRO STRETTO DALLA CITTADINANZA E DALLA POLITICA. Un accordo basato sulla reciproca tolleranza verso i comportamenti scorretti. Fulgido esempio di voto di scambio all’insegna del “tu mi voti e io ti lascio fare quello che vuoi”. Il risultato pricipale consiste proprio nell’assuefazione all’inciviltà e alla bruttezza. Lo smarrimento del senso della bellezza, la perdita di attenzione al particolare e alla cura del dettaglio (conoscete altre capitali dove gli addobbi di Natale rimangono appesi tutto l’anno?)

Secondo il presidente del FAI Andrea Carandini, le Giornate di Primavera sono l’unico appuntamento “dove gli italiani non hanno da litigarsi sull’attualità ma hanno da unirsi sul loro meraviglioso passato anche recentissimo. E’ quindi un momento di unità. Per far capire questo agli italiani bisogna far loro conoscere l’Italia, soprattutto quella meno frequentata.”

A Carandini diciamo – e facciamo notare – che la prima cosa da far conoscere è la potenziale bellezza che ci circonda. L’Italia – e la Roma – più frequentata nella quotidianità. Insegnare ad apprezzare la bellezza dei quartieri semicentrali e periferici. Instillare l’amore per i loro palazzi di edilizia residenziale pubblica, sgraziati ma dignitosi, che non meritano di essere coperti di graffiti e tags (a meno che non siano proprietari e inquilini a volerlo), la cura delle nostre strade falcidiate non solo da buche e voragini, ma pure dalle auto in doppia e tripla fila, sulle strisce pedonali e davanti agli scivoli per disabili. Bisogna far vedere la bellezza di marciapiedi percorribili senza fare lo slalom fra le bancarelle, di spartitraffico esteticamente più decorosi, possibilmente con alberi al posto dei cartelloni pubblicitari. Far scoprire la bellezza panoramica della città senza 1 milione 300 mila antenne televisive: troppo difficile mettersi d’accordo con i vicini sull’impianto centralizzato, meglio tenersi la selva di antenne con i fili che dondolano sulle facciate dei palazzi (e intanto la Francia candida i tetti di Parigi a patrimonio Unesco). Insomma, a Roma, dove ti giri, c’è degrado: scritte sui muri, bancarelle, sosta selvaggia, manifesti, volantini e adesivi attaccati ovunque. Eppure i romani non lo vedono, per loro è diventata una cosa del tutto normale, accettabile. Disordine, caos e bruttezza come habitat naturale. Stiamo parlando di quei romani che vivono in una città deturpata dai loro comportamenti, decantandone il fascino e celebrandone la bellezza. Ma solo quella del passato, badate bene. Guai se qualcuno si azzarda a toccare il Colosseo, Villa Blanc, Palazzo Altemps. Ma le scritte sui muri del condominio, l’auto parcheggiata davanti al portone di casa, la bancarella che invade il marciapiede impedendo il passaggio dei pedoni, il cartellone collocato di traverso alla pista ciclabile, queste cose gli vanno bene.

 

E’ su questa incoerenza di fondo che bisogna concentrare gli sforzi educativi e didattici. E’ solo un piccolo e modesto suggerimento alle importanti istituzioni culturali di questo Paese. Per sensibilizzare grandi e piccoli al rispetto dell’ambiente in cui vivono, all’uso responsabile degli spazi pubblici, per educare la gente alla bellezza che li circonda, bisogna infondere il concetto di bellezza nei luoghi moderni, non solo quella dei parchi naturali e delle aree naturali.

Ma per fare questo serve un cambio di mentalità, possibile solo attraverso un cambio di atteggiamento dei dirigenti politici. Un gigantesco processo di modernizzazione che presuppone il superamento del modello particolaristico-clientelare, rompendo il contratto sociale del “degrado porta soldi e voti”, quel patto che lega cittadini incivili e amministratori collusi. Un’impresa impossibile, almeno che non creaimo un fronte civico compatto, che concordi su una piattaforma condivisa. Quali risultati pensiamo di ottenere se pensiamo di educare il popolo alla bellezza, ripetendo frasi fatte, lasciando commenti sui social, scrivendo sui blog e facendo proselitismo nelle scuole? Ci stiamo illudendo e di brutto, celebrando il passato e denigrando il presente.

 

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