Colosseo e Cinema America: al Mibact non sanno leggere o scrivere le norme?

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Dario Franceschini

Nel giro di pochi giorni abbiamo assistito a uno scontro senza precedenti tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo e la giustizia amministrativa.

Prima la sezione 2^ quater del Tar Lazio demolisce i bandi internazionali per l’individuazione di direttori dei musei e istituti di cultura, quindi dichiara illegittima l’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo e, infine, il Consiglio di Stato annulla il vincolo sul Cinema America, ribaltando una sentenza contraria di 1° grado.

Stiamo assistendo all’intromissione dei Tribunali nella discrezionalità dell’azione politica di un Ministro o c’è un qualche fondamento nelle decisioni dei giudici?

Un’attenta lettura delle sentenze ci spinge a concludere che gli strali di Franceschini sono davvero male indirizzati.

Per ciò che concerne il Colosseo le ragioni di Roma Capitale riconosciute fondate dai togati di Via Flaminia sono essenzialmente tre.

I decreti su Roma Capitale che si sono succeduti tra il 2009 e il 2012 hanno riconosciuto al Campidoglio “un regime preferenziale di partecipazione e collaborazione tra enti”, anche in materia di “concorso nella valorizzazione dei beni culturali”. Per questo il 21 aprile 2015 fu sottoscritto un accordo istituzionale tra Roma Capitale e il MIBACT firmato proprio dal Ministro Franceschini e dall’allora Sindaco Marino. L’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo, che sostituisce la Soprintendenza Speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma, non ha tenuto conto né dei decreti né tantomeno di quell’accordo, incidendo unilateralmente sulle prerogative della Capitale. E, di conseguenza, incidendo sul riparto dei proventi derivanti dalla vendita dei biglietti per il Colosseo, parte dei quali non più destinati alla precedente Soprintendenza ma all’area molto più ristretta abbracciata dal neonato Parco Archeologico.

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Lo stesso Parco è definito nel decreto ministeriale di istituzione quale ufficio dirigenziale generale, una tipologia di unità che la legge riserva ai regolamenti governativi e non a un semplice decreto ministeriale. L’illogicità rilevata dal TAR è facilmente riscontrabile laddove in un precedente regolamento governativo (quindi un provvedimento corretto) era stato riconosciuto il rango di ufficio dirigenziale generale alla Soprintendenza Speciale poi sostituita dal Parco Archeologico. Sarebbe stato necessario che la legge di stabilità per il 2016 nell’attribuire al Ministro il potere in deroga di “soppressione, fusione, accorpamento” di uffici generali aggiungesse anche l’”istituzione”, ma evidentemente deve essere sfuggito…

La terza mancanza la ritroviamo nella sentenza “gemella” sul ricorso avanzato dalla UIL in merito al bando internazionale per la nomina del direttore del Parco archeologico del Colosseo. I giudici del TAR sono ritornati (chiarendo meglio a dire il vero) sulle modalità di individuazione dei direttori dei musei, che aveva già sollevato diverse polemiche il mese scorso con l’annullamento di cinque nomine. Anche qui la sentenza non obietta l’idea di poter attribuire incarichi così importanti a personalità anche non italiane di riconosciuti prestigio e capacità, piuttosto contesta il rispetto delle forme e modalità giuridiche per raggiungere un tale risultato. Difatti la legge prescrive che i cittadini stranieri non possano accedere a posti di dirigente che implichino “esercizio di pubblici poteri” o “attengono alla tutela dell’interesse nazionale”. Peccato che, da un lato, lo stesso bando chiarisca come al direttore saranno attribuiti poteri eminentemente autoritativi e discrezionali e, d’altra parte, il D. M. di istituzione del Parco archeologico del Colosseo lo qualifichi come “Parco di rilevante interesse nazionale”. Sarebbe stato sufficiente inserire nelle norme di riforma una deroga per questo tipo di direttori, ma ancora una volta l’attenzione è stata minima.

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Se il TAR “bacchetta” la superficialità del Ministero, non da meno è la sezione 6^ del Consiglio di Stato.

Il progetto di trasformazione in appartamenti e negozi del Cinema America a Trastevere sollevò un gran polverone mediatico. Sostenuti dalle proteste di cittadini, politici e personalità del mondo della cultura i vecchi locali furono occupati da giovani decisi a difendere l’attuale destinazione dei locali a sala cinematografica.

L’intervento del Ministero con l’apposizione di due diversi vincoli sull’immobile e sugli apparati decorativi sembrò impedire il progetto dei proprietari, che avviarono, perciò, un contenzioso con il Ministero. Il TAR in prima battuta ritenne legittima la dichiarazione di interesse culturale e la relativa tutela sull’ex Cinema America.

Il Consiglio di Stato, riformando la sentenza di 1° grado, non contesta la possibilità di apporre un vincolo all’immobile ma sottolinea gli errori nella scelta dei vincoli ai quali sottoporlo e nella relativa istruttoria che li avrebbe dovuti motivare. Il provvedimento ministeriale fa riferimento al vincolo imposto per “un interesse particolarmente rilevante a causa del loro riferimento alla storia” ai quali i giudici non hanno trovato alcun riscontro. Il Consiglio si spinge, tuttavia, a suggerire una nuova istruttoria che tenga conto di un loro possibile valore artistico, evidenziando, così, un clamoroso errore nella definizione del vincolo apposto, a maggior ragione in relazione ai cd. apparati decorativi.

A questo punto alcune domande appaiono naturali: ma al Ministero non sanno né leggere né scrivere le norme? I titolari degli uffici che si sono occupati di questi casi sono all’altezza del compito loro attribuito? Il Ministro Franceschini, oltre a lamentarsi del fato cinico e baro rappresentato dai giudici amministrativi, intende intervenire?

Purtroppo ancora una volta la superficialità e l’incompetenza (tante volte denunciati soprattutto nell’attuale amministrazione cittadina) colpisce la nostra già martoriata città, testimoniando l’ennesima sottovalutazione e la mancanza di una qualsiasi attenzione nei confronti della Capitale persino da parte dello Stato.

Tant’è! Ma noi non demorderemo, modesti cronisti, magari, ma testardi e appassionati di Roma.

 

 

 

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