Ancora uno stabile di proprietà pubblica occupato per la rubrica “Città in rovina”: il centro sociale “CSOA – Sana Papier” in via Carlo Felice, proprio di fronte alla basilica di S. Giovanni.

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Si tratta di un prestigioso stabile di proprietà della Banca d’Italia che fu lasciato inutilizzato per diversi anni e quindi nel 2005 occupato dai sedicenti movimenti per il diritto alla casa, che vi installarono numerose famiglie ed un centro sociale.

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Già al tempo dell’occupazione il palazzo avrebbe richiesto interventi strutturali di manutenzione ma oggi, a distanza di dieci anni, tali interventi appaiono drammaticamente urgenti.

Nel 2013, a seguito del distacco di alcuni pezzi di cornicione dalla facciata, tutto il marciepiede su cui affaccia il palazzo è stato protetto da un’impalcatura, in modo da impedire che ulteriori distacchi cadano sui passanti.

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Pezzi di cornicione mancanti

 

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I fregi della facciata in disfacimento (lasciati cadere sulle impalcature!?!)

 

A distanza di oltre due anni la situazione appare immutata, come se fosse normale lasciare andare in disfacimento, in senso letterale, un palazzo nel pieno centro della capitale, con tanto di famiglie che vi abitano all’interno. L’apposizione delle impalcature fu richiesta dai vigili del fuoco che contemporaneamente segnalarono a Municipio e PLRC la necessità di interessare la proprietà per effettuare gli interventi dovuti. Evidentemente la Banca d’Italia non si sogna nemmeno di spendere soldi per uno stabile di cui non ha il possesso, comprensibilmente. La cosa assurda è che una tale situazione di stallo si perpetui senza che nessun altra autorità ritenga di intervenire. Chiaramente un’eventuale tragedia potrà sbloccare le cose ma è possibile che nella Roma del 2015 si debba arrivare a tanto?

In realtà una tragedia è già avvenuta in questo stabile, anche se non direttamente dipendente dalle condizioni dello stabile o dall’occupazione. Nel 2014 infatti una donna che alloggiava nel palazzo ha ucciso i suoi due figli e poi si è tolta la vita. Un episodio tragico che sarebbe potuto accadere ovunque si dirà, ed è vero, ma come non pensare che le condizioni di vita precarie ed instabili collegate all’occupazione possano aver giocato un ruolo nell’accaduto?

Per questa, come per le tante altre occupazioni illegali presenti a Roma, ci chiediamo come si possa consentire a persone e famiglie di vivere per anni in condizioni malsane, senza possibilità di controlli sulla sicurezza degli stabili e sugli impianti, con ciò mettendo anche a rischio l’incolumità di tutti coloro che si trovano a vivere a stretto contatto con gli edifici occupati. Pensate che soddisfazione vivere in un appartamento dovendo pagare il mutuo, le bollette, il controllo annuale della caldaia, la certificazione dell’impianto elettrico, ecc. ecc., mentre il tuo vicino, quello che abita al di là della parete divisoria, non ha nessuna di queste incombenze mettendo però così a rischio la vita di tutti.

L’ulteriore particolarità di questa occupazione è che si trova giusto di fronte alla basilica di S. Giovanni, una delle quattro basiliche maggiori che saranno protagoniste nel prossimo Giubileo della Misericordia. Chissà cosa penseranno i pellegrini del fatto che nel pieno centro di Roma si consenta alle persone di appropriarsi di immobili altrui, lasciandoli andare in rovina standoci dentro. Senza contare l’impossibilità per le forze dell’ordine di poter controllare chi abita nello stabile, se vi si svolgano attività illecite, tutte quelle cose insomma che dovrebbero caratterizzare una normale residenzialità.

Da un post di “Degrado Esquilino”, che riporta le affermazioni di uno degli occupanti, si apprende che costoro hanno avuto degli incontri con la proprietà, la Banca d’Italia, a cui hanno dato disponibilità per poter effettuare i necessari interventi di ristrutturazione, mantenendo però le persone all’interno; ossia gli occupanti si aspettano che la proprietà provveda a fare il suo dovere senza però che l’occupazione cessi!?!

Possiamo quindi affermare che Roma merita senz’altro di essere la capitale del “Paese delle meraviglie” di crozziana intuizione: dopo il venditore abusivo che rivendica la sua attività come un “lavoro“, dopo il ristoratore che considera i tavolini abusivi come una “scelta imprenditoriale”, abbiamo anche l’occupante abusivo che pretende che la proprietà gli sistemi la casa.

 

In questa rubrica ci siamo occupati all’inizio di stabili, spesso di proprietà pubblica, abbandonati e lasciati marcire, quando invece potrebbero svolgere importanti funzioni sociali o abitative. E seppur con molti distinguo non siamo contrari a priori ad iniziative anche di occupazione che servano a denunciare lo spreco di risorse ed il degrado in cui si lasciano tanti beni pubblici. Ma quando le occupazioni si protraggono nel tempo e generano situazioni di degrano quando non di vero e proprio pericolo per gli occupanti e per tanti altri cittadini, esse debbono essere fatte cessare, senza indugio. Inoltre tutte le occupazioni prolungate finiscono per essere il modo per pochi prepotenti di usufruire gratuitamente di proprietà altrui, mentre tutti i cittadini normali fanno i salti mortali tra mutui, affitti, bollette e tasse. Tutto ciò non è ammissibile ed uno Stato così disattento al fenomeno come è dato di vedere a Roma dà un pessimo segnale alla stragrande maggioranza dei cittadini.

Peraltro la denunciata emergenza abitativa a Roma è generata artificialmente; da una parte infatti vi è un numero enorme di alloggi inutilizzati che tornerebbero sul mercato se solo i proprietari vedessero riconosciuti i propri diritti dalle leggi e dai tribunali (che invece tutelano irragionevolmente sempre l’inquilino, portando alla totale ingessatura del mercato); dall’altra la pur enorme offerta di case popolari é destinata spesso a chi non ne ha diritto ma ha le conoscenze giuste.

Per tutti gli argomenti di cui ci occupiamo noi cerchiamo di tenere sempre la legalità come stella polare per orientarci. La materia delle occupazioni abusive di immobili non fa eccezione ed il riscatto della città non potrà che passare anche da una drastica riduzione di questo fenomeno.

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