C’è vita sul Raccordo Anulare. La racconta Gianfranco Rosi in “Sacro Gra”

La pellicola, che ha vinto diversi premi, mostra uno spaccato di vita delle periferie urbane. Dal nobile alla prostituta

Da ormai un ventennio Roma ha accelerato i suoi processi di gentrificazione, soprattutto nei quartieri centrali. Il centro storico ha perso parti significative di persone, lavori, identità culturali e sociali che nessuno gli darà più indietro, e questo perché non basta un monumento a fare la storia di una città. Come un effetto domino, alcuni quartieri periferici hanno iniziato la loro stagione di rivalsa, attirando nuove classi sociali laddove le istituzioni sono intervenute,  ma se una periferia non è più periferia questo vuol dire che in silenzio si sta creando una nuova area dove emarginare i più deboli.

In questa prima domenica estiva del 2020 vogliamo segnalarvi nella rubrica cinema un interessantissimo documentario del 2013 firmato da Gianfranco Rosi, Sacro Gra. L’idea del regista è stata quella di raccontare un’altra Roma, quella emarginata e spinta con forza all’estrema periferia, che abita e vive a ridosso del Grande Raccordo Anulare.

Il Gra sembra una vera e propria cinta muraria che chiude e difende la città, una lingua di asfalto lunga 68 km e percorsa ogni giorno da 170 mila veicoli, 62 milioni l’anno. Il nome dell’autostrada deriva dall’ingegnere che progettò l’opera, Eugenio Gra. Durante le fasi iniziali l’ingegnere divenne il direttore generale dell’ANAS e seguì da vicino i cantieri, tanto che tra gli addetti ai lavori il progetto cominciò a prendere la denominazione informale “Il Gra”. Per omaggiare il suo ideatore si studiò a tavolino un nome che potesse tramandarne il cognome senza far venir meno una descrizione tecnica, si arrivò così al Grande Raccordo Anulare. Il primo tratto di questa imponente opera urbanistica fu inaugurato nel 1951 (i lavori cominciarono nel 1946) e collegava la via Appia alla via Aurelia. Nel 1970 fu terminato tutto l’anello e nel 1979 fu classificato come autostrada. Da allora si sono susseguiti una moltitudine di interventi, dalla seconda corsia ultimata nel 1979, alla terza chiusa nel 2011.

Eppure, nonostante sembri una struttura asettica, intorno ad essa si sono raccordate, nel corso degli anni, migliaia di esistenze, sono sorti nuovi quartieri, la Roma respinta dall’élites si è ritrovata in questa fascia abitativa in continua espansione.

Gianfranco Rosi cerca così di dare voce a personaggi altrimenti invisibili, un corollario di vite che disegnano una città a sé: la laureanda, il botanico, un nobile decaduto, il barelliere del 118, il barcarolo che risale il fiume e pesca anguille, la prostituta. Vite tormentate che non riposano all’ombra del Colosseo ma a quella del cavalcavia, in attesa che anche per loro arrivi la giusta ricompensa.

In un primo momento, la realtà del GRA fu ripresa in un libro dal paesaggista Nicolò Bassetti e dal giornalista Sapo Matteucci. I due, spostandosi a piedi o con i mezzi pubblici, attraversarono in lungo e in largo i 68 km di asfalto con l’unico scopo di narrare tutto quello che vedevano in questa Roma sconosciuta, dalla discarica più grande d’Europa, quella di Malagrotta, alle cave romane di tufo rosso. Rosi non fece altro che prendere il testimone lasciato da Bassetti e Matteucci, per continuare questo lento viaggio.

Non vi è nessun filo conduttore che lega le storie trattate, non vi è evoluzione, né emancipazione, non vi è mobilità interna tra periferie, non un immediato riscatto sociale, ma solo l’occhio della cinepresa che riprende uno stato di calma e maliziosa attesa, fatto di fallimenti e apparenti riscatti. Un film che in tanti, forse, avrebbero voluto girare, da Pasolini, che sicuramente avrebbe apprezzato, a De Sica, passando per Ettore Scola. Protagonisti inquieti di cui si innamorerebbe Emmanuele Carrère per qualche suo libro.

Dalle inquadrature di Rosi, infatti, si percepisce un qualcosa che prima o poi dovrà accadere. Del resto, il regista si è sempre distinto con i suoi film, dalle baraccopoli dei Narcos messicani ai barcaroli del Gange in India.

Il film ottenne il giusto riconoscimento e nella 70° Mostra del Cinema di Venezia fu insignito del Leone d’oro come miglior film. Sacro Gra entrò così nella storia come primo documentario ad aggiudicarsi il massimo riconoscimento della rassegna.

Note: dal libro e poi dal film è nato un progetto molto interessante per continuare a documentare e narrare tutto quello che avviene intorno al Grande Raccordo Anulare, confluito nel sito www.Sacrogra.it. Un laboratorio molto attivo a cui auguriamo l’attenzione che merita.

Trama:

Il film non contiene commenti esterni o interviste studiate, si limita a riprendere scene di vita reale.

Roberto: barelliere del 118 che presta servizio soprattutto di notte, soccorrendo le vittime di incidenti stradali sul GRA, vive con la sua anziana madre e coltiva un rapporto a distanza.

Francesco: un botanico che cerca di salvare le palme dall’invasione del punteruolo rosso. La lotta al coleottero parassita è per lui una vera missione.

Filippo Pellegrini: principe che vive con la sua famiglia in un sontuoso palazzo adibito a Bed and Breakfast e saltuariamente affittato ai set cinematografici.

Cesare: forse l’ultimo pescatore di anguille del Tevere, vive il fiume navigandolo con una grossa zattera.

Paolo: nobile decaduto, abita in un minuscolo monolocale con sua figlia Amelia, giovane laureanda.

Queste sono le storie principali inframmezzate solo da brevi episodi di anziane prostitute, giovani cubiste e raduni di devoti alla ricerca dell’apparizione della Vergine.

Buona visione!

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