Candido e le città palliative dell’algoritmo

Nel romanzo di Guido Maria Brera si racconta di una città governata da un algoritmo che sembra agire per il bene dei suoi abitanti finché uno di loro non apre gli occhi

Oggi parliamo del nuovo romanzo di Guido Maria Brera “Candido” (La nave di Teseo), scritto insieme al collettivo “I Diavoli”.

Da diversi anni Brera si dedica alla scrittura con lo scopo di esemplificare alcuni problemi della società contemporanea. Come riporta il sito del collettivo, il loro intento è agire “dall’interno”, ovvero: conoscendo da vicino i meccanismi di alcune contraddizioni del mercato cercano di svelarne i retroscena, spiegandone gli ingranaggi.

Se, in prima battuta, un atteggiamento del genere può essere tacciato di supponenza o egocentrismo, vista la provenienza di Brera dall’alta finanza, in realtà non lo è. Brera, difatti, così come tutto il collettivo, non ha l’intenzione di assurgere a nessuno scranno, non punta direttamente il dito contro i responsabili ma, forza la mano, lasciando che siano la scrittura e la letteratura a denunciare al posto suo.

Ed è proprio in questo nuovo romanzo che si può notare la portata del loro obiettivo. Partendo da una realtà distopica – che poi alla fine di distopico vi è veramente poco o niente – vengono affrontati una miriade di problemi concentrati nell’animo e nella mente del protagonista.

Parliamo di Candido, un giovane rider che lavora duramente per guadagnarsi dei crediti sociali da poter spendere su internet per parlare con Cunegonda, una donna virtuale che lo ama follemente. Candido vive in una città governata da una piattaforma, “Voltaire”, che con il suo sofisticato algoritmo tutto controlla e tutto sorveglia. L’algoritmo è ovunque e distilla ottimismo da ogni angolo della città attraverso speaker e maxischermi dove “Pangloss”, un novello “Grande Fratello” orwelliano, diffonde aforismi nel segno del mantra del “Tutto va bene”.

I nomi non sono scelti a caso: Brera e il collettivo, infatti, si sono ispirati volontariamente al capolavoro letterario di Voltaire “Candido” e ne hanno acquisito i protagonisti trasmigrandoli in un imminente futuro.

Il libro, non proprio di facile lettura, si può dividere in due parti: il primo atto, chiuso in cento pagine, è impegnato a raccontare la città in cui Candido vive e il mondo assurdo in cui è piombata la quotidianità degli uomini.

Un “1984” di George Orwell depurato dalla violenza delle dittature del Novecento ma potenziato dalla forza devastante dell’algoritmo dei social e dei siti di e-commerce. Cento pagine in cui l’omologazione delle masse, secondo i dettami del mercato, finisce per dominare e spingere le persone all’isolamento sociale, inteso non come isolamento fisico ma come indifferenza nei confronti della politica, della società, delle diseguaglianze e delle sofferenze. È la città dell’ottimismo, anzi è la società in cui non c’è posto per i pessimisti, per i depressi e i disfattisti.

 

È la società “palliativa” come è stata ben descritta dal filosofo Byung-chul Han nel suo libro “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite” (Einaudi). Palliativa nel senso che la società contemporanea vieta, oggi, al dolore di invadere i nostri spazi vitali, al nostro corpo e alla nostra mente non è concesso di soffrire: avete mai visto influencer tristi? Quante foto o video di persone sorridenti vediamo tutti i giorni? Una dominazione del “tutto va bene”, come direbbe per l’appunto Pangloss, che induce le persone a vergognarsi delle proprie sofferenze.

Mentre l’algoritmo cerca contenuti per farci sentire persone migliori, la mente è invasa da domande del tipo: perché non riesco ad essere felice come loro? Come fanno ad essere così felici? “Meglio essere ingenui che tristi”.

L’era palliativa è l’era degli antidepressivi, dei social network che ci impongono like, smile e cuori, delle scariche continue di serotonina. Se finalmente l’algoritmo è riuscito a farci sentire migliori, se finalmente riusciamo a trovare uno spazio dove sorridere e accrescere il nostro ego con i like di altre persone, per quale motivo dovremmo preoccuparci delle sofferenze altrui? Per quale motivo dovremmo preoccuparci delle condizioni lavorative dei rider e degli “invisibili”, se il nostro obbiettivo era ottenere del sushi da poter poi fotografare e condividere sui social?

Nel cercare le risposte a queste domande si consuma il secondo atto, quello puramente letterario, quando Candido, di fronte alla perdita dell’unico lavoro precario che aveva, si trova costretto a tradire i suoi amici per continuare a racimolare crediti da spendere online. È l’inizio della fine, o meglio è l’inizio della presa di coscienza dei mali della sua società. Percepisce dentro di lui il germe della ribellione, ma prima di dar sfogo alla sua rabbia è costretto a confrontarsi da vicino con le contraddizioni che prima non riusciva a vedere. Dovrà lottare contro se stesso, le droghe, gli antidepressivi somministrati con la forza, conquisterà l’amore di una donna vera e chiederà perdono a tutte le persone che non credevano nell’algoritmo e che lui evitava ed etichettava come “deboli” e non degne di vivere nella città ideale che Pangloss cercava di costruire: “Il paradiso bisogna meritarlo, e bisogna soprattutto essere degni di poterlo abitare”.

Ma a nostro avviso è nella prima parte del libro che il collettivo e Guido Maria Brera decodificano alcuni problemi di questi ultimi anni: algoritmi, sfruttamento del lavoro, multinazionali che desertificano i diritti, infiltrazioni malavitose. Se il Novecento è stato ossessionato dalla lotta e dalla presenza del Capitale, oggi invece possiamo dire che esso è stato sostituito dall’algoritmo: il Capitale ha cambiato veste, ha indossato una nuova maschera.

In Candido, l’algoritmo non scandisce solamente la vita lavorativa del giovane rider, ma riesce a plasmare la città in cui vive, dai quartieri che si trasformano dalla sera alla mattina, secondo i gusti e le ricchezze dei propri abitanti, fino al suo appartamento che deve subaffittare per potersi garantire ulteriori crediti sociali.

Veniamo così ad un punto fondamentale: l’attacco frontale che Brera compie con questo romanzo non è solo diretto allo sfruttamento dei rider, su cui molto è stato detto e scritto, ma al processo di gentrificazione che le città stanno subendo in nome dello stesso algoritmo che domina la vita degli invisibili.

 

Infatti, la città di Candido non è divisa tra centro e periferia, ma tra “inclusi” ed “esclusi”, con una cittadella fortificata dove vivono le élites e dove stazionano i data base quantistici in grado di memorizzare i big data: il petrolio del XXI secolo, l’oro infinito da estrarre, ovvero i singoli desideri che i cittadini rilasciano ogni minuto, ogni secondo, con un semplice click.

Le dinamiche di gentrificazione, che anche Roma sta conoscendo negli ultimi anni, sono ben sintetizzate in questo passaggio.

Candido torna casa dalla madre e trova murata l’unica finestra del suo appartamento:

L’hanno murata stamattina

E come mai?”

Perché il quartiere in questi mesi è cambiato, Candido. Nonostante il tuo stipendio sia rimasto lo stesso, e i crediti che racimolo io facendo le pulizie siano sempre meno, anche se non te ne sei accorto qui in giro i prezzi si sono alzati molto […] Se non fossi perennemente con la testa tra le nuvole, distratto dal tuo amore per Cunegonda, avresti visto che molti abitanti del quartiere hanno dovuto chiudere i loro negozi e i loro esercizi, e che pian piano sono state aperte piccole botteghe che vendono cose strane, come il caffè biologico per lavarsi i denti e i semi di fiore di loto per ammorbidire la pelle. E pian piano un nuovo genere di persone è venuto a vivere qui”.

Ecco, dunque, la desertificazione delle città: i salari bloccati impediscono alle persone il più elementare degli ascensori sociali: l’approvvigionamento di prodotti di qualità. I soldi svaniscono nel nulla in tasse e in affitti sempre più alti, aumentati per il diverso tipo di attività che il quartiere accoglie, e per “un nuovo genere di persone”.

Candido non si rende conto del dramma in cui sta vivendo. Anche il sacrificare l’unica finestra della casa per un maxischermo gli sembra un’opportunità da cogliere, perché se Voltaire, e quindi l’algoritmo, ha preso questa decisione un motivo ci sarà, e quel motivo può essere soltanto il loro bene.

No, amore mio, perché con il cambiamento del quartiere le spese del condominio si sono alzate e non era più possibile far fronte alle richieste della proprietà. E così adesso per ridurre il peso abbiamo accettato di coprire l’intera facciata con un enorme schermo”.

 

Ora, dopo questi brevi passaggi, possiamo davvero dire che il romanzo di Brera sia distopico?

Basti pensare al periodo del primo lockdown e alla graduale riapertura per far riaffiorare le immagini di una Roma deserta, di un centro paralizzato per mesi perché tra le sue vie non vi erano residenti ma soltanto b&b e affittacamere. Una città senza economia se non quella relegata al turismo e all’accoglienza. Con quartieri abitati da persone facoltose mentre la classe media scompariva allontanandosi in periferia, e una periferia che soffriva perché l’economia del centro era in crisi: tutte forze centrifughe che ancora oggi sono in moto. Esclusi e inclusi pagavano, e pagano, con profondità diverse, il prezzo della gentrificazione.

A meno di un mese dalle prossime elezioni a Roma, riteniamo fondamentale parlare e affrontare il problema della gentrificazione cittadina. Roma ha accolto come tutte le grandi città gli algoritmi dei nuovi lavori, delle multinazionali e dei siti, basti pensare all’esplosione dei b&b negli ultimi anni o alla bolla dello smart working in cui siamo entrati, dove un nuovo algoritmo sta rimodellando interi quartieri: dunque, quali politiche di controllo e tutela sono messe a disposizione dei cittadini e dei lavoratori?

 

La storia di Candido riguarda tutti noi, è una storia di contraddizioni, è la storia di un entusiasmo ingenuo da ribaltare a tutti i costi.

Perché la tecnologia non equivale sempre e comunque a emancipazione e libertà.

 

Candido pedala, tranquillo e finalmente consapevole, verso casa. La città gli appare per quello che realmente è, un simulacro di violenza e sfruttamento. Il potere oggi non è più amministrato dagli uomini, né si nasconde in antichi palazzi imperiali cui dare l’assalto, il potere oggi è ovunque. È nella città stessa”.

 

Buona lettura!!

(tutti i dipinti mostrati nell’articolo sono del pittore futurista Fortunato Depero, 1892-1960)

 

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