Campi Rom: negli ultimi anni sorti 234 piccoli insediamenti abusivi. Il fallimento della politica Raggi

 

Ogni città ha le sue zone d’ombra, ovvero quelle aree dove è difficile intervenire e dove intervenire a volte non porta nessun tipo di risultato.

A Roma, uno dei problemi di più difficile soluzione riguarda i campi rom, lo sgombero di quelli abusivi e la ricollocazione delle persone che ci vivono.

Il comune, dal 2018 a oggi, ha sgomberato 104 campi sorti nelle zone periferiche della città. Tra lo smantellamento, la bonifica e la ridistribuzione i costi sono ammontati a 3 milioni di euro. Sembrava la strada giusta, ma gli ultimi dati riportati dal Ministero degli Interni hanno gettato nuova luce su una situazione lontana dal risolversi: in due anni la città si è riempita di baraccopoli e roulotte arrugginite, parliamo di 338 campi abusivi che accolgono circa duemila nomadi. Dunque da una parte ne sono stati chiusi 104 e dall’altra ne sono sorti 338 con un saldo di 234 microcampi nati dal nulla.

A cosa è dovuto questo aumento vertiginoso di insediamenti? La risposta sta da una parte nella scarsa capacità delle istituzioni a trovare soluzioni, dall’altra nell’assenza di volontà di integrarsi da parte dei nomadi. Se si guarda indietro nel tempo, la politica non è riuscita a incidere sull’insicurezza e sui conflitti nelle periferie aumentando i livelli di emarginazione delle popolazioni rom e sinti, senza garantire alcun processo di inclusione sociale.

Nel 2017 Virginia Raggi promise di superare il problema dei campi dichiarando di “portare Roma in Europa”. I sette campi ufficiali (tra i quali la Barbatua, Castel Romano, via Candoni) sarebbero stati superati e i rom ricollocati. La soluzione chiave adottata è ruotata tutta attorno alla politica dei bonus casa, offrendo l’affitto di immobili con contributi economici fino a 800 euro. Nel frattempo sarebbe stata bandita una gara per la demolizione delle baracche esistenti. La gara non è mai partita e dai campi di via Salviati e via di Salone continuano a sollevarsi roghi tossici di materiale recuperato nei cassonetti o chissà dove.

Il responsabile dell’ufficio capitolino per i rom e sinti, Claudio Zagari, ha sottolineato come in città si sia verificato quasi un dimezzamento della presenza dei nomadi, passando da 4 mila a 2800 unità. Le ragioni di questo calo andrebbero ricercate nei motivi più disparati: dall’assegnazione degli alloggi, ai rientri volontari nei paesi d’origine.

I dati forniti da questo ufficio contrastano con quelli del Ministero e inducono ad una seria riflessione sulla faccenda.

Di tutte le unità censite solo 39 alloggi sono stati assegnati a coloro che ne hanno fatto richiesta, una cifra veramente irrisoria. Di certo non si è verificato un esodo di massa verso i paesi d’origine, anche perché nelle analisi fatte dagli addetti ai lavori non emerge un elemento primario, ovvero che molte persone appartengono alla seconda e terza generazione rispetto ai primi nuclei insediativi e quindi il loro paese d’origine resta l’Italia. Altri ancora sono migrati da altre regioni della penisola, da svariati anni, e quindi sentono Roma come città di appartenenza.

Le 2 mila persone che ancora gravitano in città non hanno fatto ricorso al bonus casa né tanto meno hanno cercato altre forme di integrazione, molti bambini non vanno a scuola e le famiglie non ricorrono al sistema sanitario nazionale. Questo perché nella maggior parte dei casi non intendono abbandonare il loro stile di vita, continuando così a gravare sugli assetti sociali della città. Va da sé che l’aumento dei campi rom abusivi è da ricollegare anche agli sgomberi effettuati e alla mancata ricollocazione. La politica di Virginia Raggi, al pari delle vecchie amministrazioni, è risultata fallimentare. In pratica, i rom sono stati mandati via da alcune zone e si sono accampati in alte, in condizioni anche peggiori.

Il Campo sorto in Largo Passamonti
….e quello all’angolo tra via del Foro Italico e la Salaria

Nello stesso tempo il problema non sembra dipendere solo dalle azioni politiche intraprese, visto che l’ostacolo culturale e antropologico riguardante tutta la città è ben lontano dal risolversi. Le istituzioni e i cittadini chiedono giustamente maggiore decoro urbano, senza però soffermarsi sulla percezione che vi è dell’altro e del decoro stesso.

Da una parte lo Stato, e in questo caso il Comune, sarà chiamato a interrogarsi su quali misure di integrazioni debbano essere vagliate per non urtare la sensibilità collettiva, dall’altro lato un’intera città dovrebbe fare i conti con la sua cultura, la sua storia, cercando di capire fino a dove sia giusto spingere e promuovere il senso civico e il senso di appartenenza alle istituzioni. Al momento il pallino del gioco resta nelle mani di questi agglomerati nomadi che continuano a difendere a testa alta il loro modo di vivere, rifiutando e non cercando nessun tipo di integrazione, un modo di agire che allontanerà sempre di più la comprensione dell’altro.

 

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