Beni comuni gestiti con i cittadini. La proposta di Marta Leonori

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Quando si parla di “beni comuni” si ha subito l’impressione che ci si riferisca a qualcosa di immateriale, di poco concreto. Al di là dell’acqua, che viene considerata il bene comune per eccellenza, il dibattito annoia e induce forse anche il lettore di questo articolo a interrompere la permanenza sulle nostre pagine. Proviamo a convincerlo del contrario con una considerazione: i beni comuni sono cose fondamentali per la vita. Tutto quello che ci circonda che non è privato (le case, gli uffici, le automobili) è da considerarsi bene comune. Come l’aria, i fiumi, i parchi, le sorgenti, le foreste, i ghiacciai, le coste, i beni archeologici tutelati e tanto altro ancora. Ma non basta: secondo la definizione data in una delibera del Comune di Napoli, beni comuni sono anche gli asili, le scuole, le università, le aree verdi.

Per chiarire meglio il concetto si può affermare che i beni comuni sono quello che non si può commerciare, non può costituire oggetto di una vendita o di un acquisto. Nessuno può comprare un lago, un tratto di costa, un fiume! Ma se non sono oggetto di scambio chi se ne dovrà occupare, a chi è demandata la loro gestione? La risposta più semplice è che se ne dovrebbe occupare lo Stato. Ma si tratta di un concetto limitativo, che non contempla tutte le sfaccettature del problema. Lo studioso Garret Hardin, nel suo “La tragedia dei beni comuni” pubblicato con grande lungimiranza nel 1968, era convinto che l’uomo, per sua natura, avrebbe sfruttato al massimo questi beni fino a renderli inutilizzabili. E portava l’esempio di un terreno destinato al pascolo: se un allevatore avesse rispettato il numero giusto di mucche che potevano alimentarsi su quel terreno non vi sarebbe stato nessun problema. Ma nel momento in cui l’allevatore avesse deciso di portarvi un numero enorme di mucche per aumentare il suo profitto, avrebbe finito per distruggere quel campo in quanto l’erba non sarebbe più cresciuta, la terra sarebbe diventata troppo dura.

Si poneva così il problema di chi dovesse tutelare un bene comune. Affidarlo ad un privato – come sosteneva la corrente liberale – non era, secondo lo studioso, garanzia di preservazione. La teoria socialdemocratica preferì allora lo Stato come garante della collettività. Eppure in questi anni si è dimostrato che da solo lo Stato non sempre riesce a mettere a disposizione di tutti il bene e a tutelarlo. La corruzione, la disattenzione verso ciò che non è privato hanno portato ad avere nelle nostre città centinaia di beni abbandonati a loro stessi. Basta dare uno sguardo alla nostra rubrica Città in rovina, dove vengono elencati decine di palazzi pubblici chiusi o cadenti.

Marta Leonori

 

E così negli ultimi anni è nata una terza soluzione, una via di compromesso, che consiste nell’affidare i beni comuni ad una partnership pubblico-privato. Il ruolo di comitati, associazioni, organizzazioni no profit si è dimostrato fondamentale per la cura di giardini, parchi, tratti di spiaggia, beni archeologici. Alla Regione Lazio, la consigliera Marta Leonori, ha presentato in queste ore una proposta di legge, la n. 128, che ha come titolo la “Promozione dell’amministrazione condivisa dei beni comuni”.

Si tratta di definire gli strumenti che possano rendere più agevole la collaborazione tra Stato e cittadini. Tanto è vero che il primo punto della proposta di legge prevede proprio dei Patti di Collaborazione. C’è poi la proposta di fare formazione, di insegnare cosa significhi lavorare insieme. Tutto questo si concretizza se si offrono vantaggi economici per quei cittadini che si prendono cura di un bene comune: agevolazioni fiscali, riduzione degli oneri, assicurazioni, etc.

Insomma, la proposta Leonori tende a rendere concreto qualcosa che di fatto già avviene ma senza un quadro legislativo definito. La prima legge nazionale in tema fu prospettata da Stefano Rodotà che, nel 2007, portò alla creazione di una commissione incaricata di predisporre una riforma del Codice Civile nella direzione dei beni comuni. Purtroppo il disegno di legge frutto di quel lavoro non fu mai discusso dal Parlamento.

In Italia dunque manca una legge e ben venga la proposta regionale Leonori che in qualche modo fa da apripista a livello nazionale. E’ poco probabile che l’attuale maggioranza 5Stelle – Lega trovi un punto di incontro sui beni comuni con una Lega tutta protesa alla protezione del cittadino attraverso l’uso delle armi e i grillini attenti solo a bloccare quello che è stato fatto prima di loro. E dunque sarà necessario attendere chissà quale legislatura futura. Intanto un buon segnale verrebbe dall’approvazione nel Lazio di questa proposta, la Regione guidata proprio da Zingaretti che deve sparigliare a livello nazionale.


Clicca qui per scaricare la Proposta di legge

 

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