Ancora nessuna soluzione per gli autodemolitori

 

Gli oltre cento autodemolitori di Roma non possono più operare perché la loro licenza è stata sospesa. La giunta comunale vorrebbe ricollocarli in aree idonee ma non riesce a trovarne e così è diventato impossibile demolire le circa 350 auto che ogni giorno finivano sotto la pressa. Uno sfascio in zona Borghesiana che ha provato a lavorare nonostante il divieto è stato sequestrato a fine ottobre dai Carabinieri con l’accusa di commercio non autorizzato di ricambi usati.

Il problema degli autodemolitori risale a venti anni fa quando l’amministrazione Rutelli stabilì che questo tipo di attività andava trasferita fuori dal Raccordo Anulare e non fosse compatibile con aree verdi o golenali. Nel cuore del Parco Archeologico di Centocelle sono presenti 17 autodemolitori, così come nella pregiata ansa del fiume Aniene sulla via Olimpica dove operano diverse aziende. Nel 1997 fu stabilito di trasferirle in 9 zone periferiche tra le quali Infernaccio, Santa Palomba e Osteria Nuova. Furono avviati gli espropri ma il procedimento si bloccò per i ricorsi dei proprietari dei terreni e le proteste degli abitanti.

Di proroga in proroga si è andati avanti fino al 2014 quando la delibera 181 dell’allora Sindaco Marino stabilì un cronoprogramma che prevedeva di completare gli spostamenti entro giugno del 2016. Ma la giunta Marino cadde molto prima e la parola è passata ai 5 Stelle che dall’opposizione avevano dato battaglia per la chiusura o riconversione degli impianti. Da allora è tutto fermo sebbene la precedente assessore all’Ambiente Muraro avesse dato per risolto il problema addirittura inserendolo nell’elenco delle cose fatte dai suoi uffici. La realtà è stata ammessa da chi le è succeduta, l’assessora Montanari che non è stata in grado di individuare nuove aree per il trasferimento.

Così, durante l’estate, per evitare l’ennesima proroga (sarebbe stata la sedicesima) la giunta ha preso una decisione drastica e ha sospeso le licenze di tutti gli operatori che sono scesi due volte in strada, bloccando la via Cristoforo Colombo nel tentativo di sollevare l’attenzione sul loro problema. A nulla è servito il ricorso presentato al Tar dai demolitori: il tribunale ha dato loro torto perché lo smaltimento di olii e acque di risulta non può essere effettuato vicino a fiumi, in aree archeologiche o addirittura a pochi metri da una delle più importanti sorgenti d’acqua potabile, l’Egeria in via dell’Almone.

Se il braccio di ferro tra Comune e operatori continua non è facile immaginare chi vincerà: da una parte la legittima tutela dell’ambiente e del territorio e dall’altra la giusta esigenza delle aziende di lavorare e la richiesta degli automobilisti di radiare veicoli ormai troppo vecchi. Il tema è molto simile a quello delle discariche dei rifiuti urbani che a Roma non si riescono a realizzare per le proteste dei residenti e che provoca una spesa altissima per il trasferimento all’estero dell’indifferenziato. Se continuerà così, saremo costretti a spedire fuori dall’Italia pure le vecchie carcasse di automobili.

Secondo i dati dell’Arder, l’associazione Romana Demolitori e Rottamatori, nella capitale ogni anno raggiungono il fine vita circa 130.000 veicoli. Tutto ciò che è recuperabile, dalle parti di carrozzeria agli ingranaggi del motore, viene reimmesso sul mercato come ricambi usati. Dallo scorso mese di luglio, a Roma, non si effettuano più le radiazioni delle targhe. Questo vuol dire che chi ha urgenza di rottamare la propria vettura si deve recare nelle altre province del Lazio con ovvie difficoltà. In molti hanno preferito attendere e ad oggi più di 30.000 automezzi giacciono nei depositi in attesa di essere demoliti. La richiesta delle organizzazioni di categoria è un provvedimento ponte che permetta alle 104 aziende che danno lavoro a duemila persone di proseguire l’attività fino alla individuazione di nuove aree.

 

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